giovedì 30 dicembre 2010

Strange Days


This is the end of the year, dear readers, and it is time to sum it up! In 2010, Zazie has been to the movies 67 times. Twenty movies were coming from France, another twenty from the States, few others from Italy and United Kingdom and the remaining from different countries: Argentina, Belgium, Canada, Korea, Philippines, Germany, Israel, Norway, Spain.
This, of course, without mentioning the movies seen in DVDs and all the TV series devoured.
Furthermore, I have written 50 posts for my blog.
Well, I hope you will agree with me on this important point: I have worked very, very hard!

Before letting you know the best and worst of 2010 (this is going to happen next February with the awarding of the Zazie d'Or prizes), here it is for you the top-seven list of
Zazie's Best Cinema Moments of 2010:
1 - April 2010
Twenty minutes talk seated on a bench outside Hampstead Theatre, London, with British actor Jeremy Irons (possibly to be considered also the Best Moment of My Life tout court!)
2 - May 2010
Bumping by chance in a London restaurant into British actor Ralph Fiennes and eating dinner in front of him (but not at the same table, unfortunately). I still can't believe he didn't recognize me!!!
3 - July 2010
Bumping by chance into Woody Allen (and the Première Dame de France, Carla!) filming in Rue Mouffetard some scenes of his next movie, Midnight in Paris
4 - July 2010
Meeting in Rome in flesh and blood Italian film-maker Pietro Marcello after having adored his two movies, Il Passaggio della Linea and La Bocca del Lupo
5 - September 2010
Meeting, having a short conversation and taking a picture at a Los Angeles party with "Hollywood New Rebel", American actor James Franco (!!!)
6 - September 2010
Having the guts to give my "blog card" to American film-maker Wes Anderson, met at a book launch in New York (at my defence, I can say that I already knew him and so he was used to be pestered by Zazie)
7 - December 2010
Bumping by chance at a friend's party in Paris into my favourite film-maker of the year, the young québécois genius Xavier Dolan (in this case, I can't say anything at my defence: he didn't know me and so, not being used to Zazie's enthusiasm, he simply run away...)

It seems I have been a VERY LUCKY girl, in 2010.
Will 2011 be THAT lucky? I doubt it but, well, you never know...

I leave you with two short videos: one is taken from the movie Strange Days (1995) by Kathryn Bigelow, a movie set in the very last days of the year (just to remind you that Miss Bigelow has been the first woman in cinema history to be awarded of an Oscar for Best Director in 2010) and the other one is taken from Aprile (1998) by Nanni Moretti, where Moretti rages against... Strange Days (just to remind you that one of the best things in life is to have different views on the same movie).

HAPPY NEW YEAR, MY DEAR READERS!



giovedì 23 dicembre 2010

Monsters

Lo ammetto: ci sono alcuni generi cinematografici a cui, come si dice a Napoli, non vado tanto appresso. Nello specifico, ho poca passione per i film western, i film di guerra e i film di fantascienza.
Tuttavia, a volte faccio delle eccezioni, quasi sempre legate a quella che io chiamo "La Politique des Acteurs". Eh sì, perché se i Cahiers du Cinéma negli anni '50 hanno inventato "La Politique des Auteurs", teoria in base alla quale ad un regista si possono perdonare anche dei film meno riusciti in virtù della creazione di un intero corpus cinematografico, Zazie, nel suo piccolo, già nei primi anni '80, ha inventato "La Politica degli Attori". Teoria del tutto personale in base alla quale se un attore è bravo e mi piace, gli perdono qualsiasi schifezza nella quale lui si trovi invischiato. Questo, è bene specificarlo, più in virtù del suo corpus tout court che di quello cinematografico, ma che volete farci, anche le bloggers tengono la carne debole. E' un sistema un po' empirico, me ne rendo conto, che però nel corso degli anni ha riservato le sue belle sorprese. Esempio: qualche tempo fa ho visto in un sottopasso del métro parigino l'affiche di un film intitolato Monsters. In circostanze normali lo avrei completamente ignorato, è vero, ma sul poster ho riconosciuto un attore per cui ho un debole mostruoso, e allora mi sono precipitata al cinema. Per fortuna!
La storia di Monsters ha inizio sei anni prima dei fatti raccontati nel film, quando una navicella della Nasa mandata in missione alla ricerca di forme aliene di vita, rientra sulla terra e precipita per sbaglio in America Centrale. Nel giro di poco tempo, creature mostruose seminano distruzione, morte e terrore in tutto il Messico, che viene messo in quarantena. Gli Stati Uniti, per evitare il contagio, costruiscono tutto intorno ai loro confini un'enorme muraglia e cercano di distruggere i mostri con raid aerei e di terra. I viaggi tra la zona contaminata e quella ancora sana, ovviamente, sono difficili e pericolosi. Andrew, fotografo che si trova in Messico alla ricerca di uno scoop sui mostri, è costretto dal suo capo a portare a casa "sana e salva" la figlia di quest'ultimo, Samantha (in fuga da un fidanzato ufficiale e da un matrimonio che si intuisce le sta già stretto prima ancora di essere celebrato). I due, dapprima non proprio entusiasti di dover viaggiare insieme, saranno costretti a coalizzarsi per far fronte a mille problemi e all'incontro con diverse forme di vita aliene e non proprio benevole, e finiranno con l'innamorarsi.

Quello che mi è piaciuto di più di questo film, è che non sembra affatto un film di fantascienza.
Monsters sembra appartenere piuttosto ad un altro genere cinematografico, quello dei road movies, con tutte le caratterische del caso: due personaggi all'apparenza lontani che nel corso del viaggio si avvicinano, le brutte/belle sorprese del percorso, i rapporti con i locali che incontrano lungo il cammino, la trasformazione psicologica, la scoperta, la crescita interiore a contatto con delle nuove esperienze di vita. In Monsters c'è tutto questo ma, in più, come elemento fortemente destabilizzante, ci sono anche loro, i mostri. Che poi, fisicamente, sono delle piovrone gigantesche tutte nere e piene di tentacoli che a volte stritolano e distruggono e altre volte sono capaci di regalare momenti di incredibile intensità emotiva. Tra le righe cinematografiche, non credo sia sbagliato leggere due discorsi legati alla nostra realtà contemporanea più che alla fantascienza: quello ecologista (i mostri si rigenerano "avvelenando" gli alberi della terra) e quello sui rapporti USA/America del Sud (gli sforzi degli americani per lasciare che il paese infetto sia il Messico, la costruzione della grande muraglia per evitare ogni tentativo di immigrazione). Visivamente notevolissimo, il primo lungometraggio del giovane regista inglese Gareth Edwards stupisce per il grande impatto emotivo generato con risorse che si intuiscono piuttosto scarse. Sembra che il fim sia stato girato con pochi soldi "on location" in diversi paesi del Centro America e con la troupe ridotta al minimo: il regista, i due attori protagonisti, qualche operatore. Tutti gli altri attori erano gente presa per la strada, in loco, e molti dialoghi sono stati improvvisati. Per un film di fantascienza, a me sembra un'idea grandiosa.
L'attore per cui Zazie ha voluto vedere a tutti i costi questo film è un giovane attore americano semi-sconosciuto, Scoot McNairy, protagonista qualche anno fa di un piccolo, delizioso film indie in bianco & nero dal titolo In search of a Midnight Kiss. L'attrice protagonista è invece Whitney Able, mai vista né sentita prima, giusta per la parte ma sans plus, come direbbero i francesi (e va bene, ho il dente avvelenato: nella vita reale questa ha la fortuna sfacciata di essere sposata proprio con Scoot McNairy!).
Lo so, mi rendo conto, non ho parlato di un film molto natalizio, ma in fondo anche i mostrini hanno un cuore (e questo film lo dimostra).
E allora Buon Natale dalla vostra Zazie!

sabato 11 dicembre 2010

When Zazie met Xavier

I live in a city where incredible things can happen.
Yesterday night I went to the housewarming party of Alex, a dear friend of mine. He shares an apartment together with 3 or 4 other people in Boulevard Magenta and each of them invited at least 40 friends. The result, as you can easily imagine, was a big mess. I love this kind of parties, where you talk to completely different human beings and you can meet amazing characters. I also love to look at the way girls dress at these parties, because you could see some very cool stuff. Yesterday night I have noticed a girl having a fabulous 50s bag and fabulous 50s glasses, and I stopped her in the middle of the living room to say that I loved her style. I told her: you look like the girl in "Les Amours Imaginaires", the film by Xavier Dolan, did you see it? She thanked me for the compliments and she said that yes, she knew the movie and she liked it a lot. And then she added: You know, there is a guy at the party who really looks like him! But then there was such a mess that was impossible for her to find him. I mentioned this to my friend Gianluca, who loved the movie as much as I do, but it was too crowded even to recognise our own friends, so we gave up the research.
Few hours and many glasses of champagne later, I saw Gianluca rushing towards me. He looked very excited but also very serious: I have something to tell you. I just met Xavier Dolan, he is in the kitchen. I looked at him in disbelief: What do you mean, you just met Xavier Dolan? I swear, he is there, he answered. I could hear Gianluca’s voice telling me something else, but at that point I was already marching through the kitchen, an almost impossible mission considering the number of people around me. I really thought that my friend bumped into the clone of the film maker and, as a matter of fact, I saw this Dolan-look-a-like in the corridor, but then I was very closed to the kitchen, and so I decided to have a look anyway.

And I found myself in a movie.

The scene was exactly the same one at Nicolas party in Les Amours Imaginaires: I could hear Jump Around by The House of Pain in my head, while I was walking in slow-motion through the kitchen to reach Xavier Dolan, who was actually there, standing near the fridge. The 50s style girl was two steps away from him. We looked at each other, both mesmerized. Her eyes seem to say: Hey, do you see? There is the clone... and even the real one! We smiled, très complices. I introduced myself to Dolan, who was stunningly gorgeous in an elegant black suit: Hi, I’m Zazie, I can’t believe I am meeting you.
He smiled, politely. I am one of the co-producers of your next movie.
Sorry? What did you say? I repeated it. And then he seems very surprised: Oh, really? You did that on Internet through Touscoprod? Thank you!
You’re welcome, I am crazy about your movies. He smiled again. While talking in French, I realized I was using the vous, and then I felt ridiculous, because I am 20 years older than this guy, so I advised him that I was about to use the tu (how can I manage to say such stupid things in moments like that?). I told him I knew he was in town because of the Festival du Cinéma de Québec, I told him I had a cinema blog and that I wrote about him a lot and then I looked again at him: you know, I really can’t believe this is happening. I’m so happy. I guess he was a bit embarrassed by my enthusiasm, so to convince him that I was serious, I added: I think you’re a genius!
It was then that I heard another voice and that I saw somebody else standing near him: Xavier doesn’t like to hear that. I looked at that voice: I beg your pardon? I realized there was this friend of him who was trying to protect Dolan from the assault of possible fans. He explained me that they wanted to be quite, there, without people making much of a fuss about his presence. That was exactly what I was doing. I said: you don’t have to worry, 85% of guys and girls here are architects, and believe me, they don’t know who Xavier is. As a matter of fact, while I was talking to them, nobody tried to approach Dolan and I couldn’t see a line of screaming fans behind me. As usual, I was the only screaming fan in the place.
How long are you staying in Paris? I asked Xavier. This is my last night. I have a plane early tomorrow morning for Montreal.
Oh, I see. The other guy told me: this is why we have to go now.
Oh, ok. I shacked my hands again with Xavier, we smiled and then we all tried to reach the corridor. I really don’t know how me made it, since the number of people at that stage was behind human comprehension. But we did.

Gianluca came to see me, asking me all the details of our meeting.
But I couldn't hear what he was saying, because Dalida was singing Bang Bang to my hear in a very loud voice.

giovedì 9 dicembre 2010

Le Quattro Volte

Com’è, come non è, ogni tanto mi ritrovo al Cinéma 1 del Centre Pompidou a vedere film italiani davvero speciali. Qualche mese fa era successo con La Bocca del Lupo di Pietro Marcello, martedì scorso è riaccaduto con Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino.
Oggetto filmico non meglio identificato,
Le Quattro Volte racconta quattro vite molto diverse tra loro ma tutte in qualche modo strettamente legate: la prima è quella di un vecchio contadino che porta al pascolo tutti i giorni le sue capre. Siamo tra le alte colline della Calabria, dove il tempo sembra essersi fermato. La vita del contadino è monotona, povera, e scandita da movimenti sempre uguali. Parecchio malandato in salute, il contadino beve ogni sera una strana pozione a basa di acqua e di polvere raccolta dal pavimento della chiesa del villaggio, che tuttavia non sarà in grado di guarirlo. Dopo la sua morte, il film inizia a seguire le avventure di una capretta appena nata che fa parte del gregge del pastore. La capretta è bianca, buffa e tenerissima, e il film la segue dall’istante della nascita (in una scena molto potente nella quale esce letteralmente dal corpo della madra davanti allo spettatore), ai suoi primi passi, ai tentativi maldestri di socializzazione, fino al momento in cui si perde dietro al gregge sulle colline. Sola e disperata, la capretta si mette a dormire sotto un grande albero, un gigantesco abete che diventerà il protagonista della terza storia. Maestoso e perfetto, viene scelto dagli abitanti di un villaggio per La festa dell’Albero, quindi viene tagliato, scorticato e issato nella piazza del paese, dove tutto intorno la gente balla, mangia e beve. Una volta terminati i festeggiamenti, l’albero è fatto a pezzi e portato via da alcuni uomini. E’ l’inizio della quarta ed ultima storia: con una tecnica antichissima, i legni vengono accatastati, fatti bruciare lentamente e poi trasformati in nero carbone.


Sorprendente e spiazzante, Le Quattro Volte è la dimostrazione che il cinema ha ancora infinite cose da dire in altrettanto infiniti modi. Film privo di dialoghi (le voci sono solo un brusio di sottofondo, le parole sono indistinte, alla maniera dei film di Jacques Tati) e pàrco di essere umani (il pastore, i carbonai, gli abitanti del villaggio), Le Quattro Volte esalta l’aspetto primitivo e fondamentale della natura del cinema, quello della pura forza delle immagini. Si può restare affascinati o meno, da questo mondo, ma non si può fare a meno di entrarci, non si può davvero restarne fuori. E’ un po’ come un ritorno alle origini. I cicli della vita: quella umana, animale, vegetale e minerale, riuniti in un unico luogo, sotto lo stesso cielo, che è quello della Calabria ma potrebbe essere quello di un qualsiasi altro villaggio nel mondo, il silenzio del passaggio sulla terra di questi elementi (persino di quello umano, privato della parola, e quindi allo stesso livello degli altri), la spiritualità (una forza animista, naturale, rurale, quasi anti-religiosa) che inevitabilmente irrompe sullo schermo e fa piazza pulita di tutto il resto. Quello di Frammartino è un cinema che parla alla parte migliore degli esseri umani, quella a cui sembra rivolgersi ancora con tanta fiducia (come lo invidio!) un grande regista italiano come Ermanno Olmi. Ma in queste quattro volte io ci ho visto, soprattutto, qualcosa che mi ha ricordato da vicinissimo il cinema di Andrei Tarkovskij. Lo stesso credere alla natura come luogo della realtà e del metafisico, gli stessi ritmi lenti, ossessivi, la stessa ricerca di spiritualità, pagana o religiosa che sia. Qualcosa che ci ricorda un'evidenza troppo spesso dimenticata: l'essere umano non è il solo a vivere su questa terra, ed è probabilmente quello che che ne capisce di meno.
Alla fine della proiezione, Frammartino (quarantenne milanese di origini calabresi, alla sua seconda prova di regista dopo il film Il Dono del 2003), ha gentilmente risposto alle domande del pubblico presente in sala. Io ne avevo una ma non ho avuto il coraggio di farla. Eppure mi dispiace, perché mi ci arrovello ancora adesso. Avrei tanto voluto chiedergli: ma la capretta, che fine ha fatto la capretta??!


Grazie a Marianna, Jordi, Manù e Nandina che, nonostante una gelida, ventosa e piovosa serata parigina, non hanno fatto una piega nemmeno di fronte ad un film muto con caprette. Grandi!

domenica 5 dicembre 2010

Dove c'è Truffaut, c'è casa

Questa strada nel 17° arrondissement di Parigi non è dedicata, come molti potrebbero pensare, al regista francese François Truffaut.
Tuttavia, c'è un simpatico episodio che riguarda lui e questa via.
Un giorno Truffaut, giovanissimo, è entrato nella sede dei Cahiers du Cinéma, ha guardato i suoi amici seduti alle scrivanie e ha detto: "Buongiorno, mi chiama Truffaut, abito all'Hotel Truffaut, in Rue Truffaut!". Sono scoppiati tutti a ridere.
L'Hotel Truffaut non esiste più, ma ogni volta che passo per questa strada, che volete che vi dica, io mi sento a casa.

domenica 28 novembre 2010

Reazioni a caldo

Non so come, certe volte, ho delle idee bizzarre.
Tipo scrivere malissimo di un attore che però è anche mio amico da tanti anni e so per certo di vedere a cena quella sera stessa.
Tuttavia, so anche (nonostante l'aria minacciosa che ha finto nella foto) che a lui si può dire tutto, e che non solo è un gran signore e paga comunque la cena, ma che poi, prima di andare, mi chiede il nome della serie TV che ho magnificato perché vuole comprarsi il cofanetto.
E allora chapeau, Sig. Volo!
Vedrai che anche tu, prima o poi, un film bello riuscirai a farlo...

sabato 27 novembre 2010

This is the question


Da un paio di giorni non esco di casa per via di un malanno stagionale, e con mio vivo disappunto non posso andare al cinema. In mancanza del grande schermo, mi sono rivolta a quello piccolo, che uso soprattutto per dare sfogo alla mia strabordante passione per le serie TV. Ieri sera, accendendo la televisione per godermi il delirio seriale del momento, sono capitata su un film italiano che non avevo mai visto e che ho deciso di stare lì a guardare.
Non l'avessi mai fatto.
Dopo soli 10 minuti ho sentito che la mia salute stava vacillando. Ma non quella fisica, quella mentale.
Il film in questione era Bianco e Nero di Cristina Comencini.
Come succede spessissimo per i film che fanno nel nostro paese, mi è sorta spontanea la solita domanda: perché? Perché una regista non stupida come la Comencini non capisce che sta facendo un film che sarebbe indegno anche di una soap-opera di quarta categoria? Come si può pensare di affrontare il tema dei rapporti conflittuali tra bianchi e neri in Italia in quel modo? Ovvero un'infilata unica e senza pause di luoghi comuni, dialoghi più che imbarazzanti, prove di recitazione degne dell'oratorio (Fabio Volo e Ambra Angiolini, braccia rubate all'agricoltura!), e una regia di un piatto e di un banale da risultare talmente deprimente che dopo il film uno vuole solo andare a bere per dimenticare? Una pellicola che non soltanto non aiuta a capire una mazza di niente, ma che se possibile allarga il divario e aumenta l'incomprensione tra i popoli. E tralascio gli insulti al grottesco happy end. Ma come si fa, dico io, a non capire che non se ne può più di un cinema fatto così? Ma perché il pubblico italiano viene trattato come se si meritasse ancora questi film mediocri? Dubbio atroce: perché se li merita???
Stremata da questa visione, mi sono buttata a capofitto in tutt'altro livello di immagini, quelle di In Treatment (In Analisi) - Stagione 2. Una serie HBO (Santi Subito pure loro!) che quest'anno negli Stati Uniti è già arrivata alla sua terza stagione. Basata su una serie originale della Tv Israeliana, In Treatment regala quello che promette nel titolo: le sedute di uno psicanalista. Tra tutti i suoi pazienti, ne vengono scelti quattro, che vengono seguiti ogni settimana lo stesso giorno, mentre il venerdì è dedicato all'incontro del dottore con la sua supervisor, con la quale fa il punto sui suoi pazienti. Quando racconto alle persone di cosa parla questa serie, tutte mi fanno la stessa domanda: ah, ma quindi si vedono le cose che i pazienti raccontano durante la seduta? No, non si vede niente, non succede niente. Ci sono due persone che per mezz'ora stanno sedute una di fronte all'altra e parlano. Niente di più. Lo so, state pensando: che palle! Spiace deludervi, In Treatment è una delle cose più appassionanti che ci siano in circolazione.
E allora mi sono chiesta: perché In Treatment sì e Bianco e nero no?
Perché gli sceneggiatori e i registi delle serie TV americane OSANO. In tutti i campi. Osano nelle situazioni, nei dialoghi, nei format, nelle storie che raccontano. Cercando di andare a fondo, di non restare in superficie, di non accontentarsi. Non hanno paura di esagerare, di non essere politically correct, di sconvolgere gli animi o di ampliare la visione degli spettatori, forse perché sanno che gli spettatori saranno in grado di seguirli. Che, addirittura, vogliono seguirli.
E quindi ecco che sfornano questi prodotti (In Treatment non è che uno dei tanti) con sceneggiature perfette, dialoghi strepitosi, una regia inventiva ed attenta, e un cast di attori che sembra che nella vita abbia fatto solo quello e così bene (ovvero recitare divinamente) dalla più tenera infanzia.
In Treatment, in questo senso, è un regalo di valore inestimabile. La parte del protagonista, il dottor Paul Weston, è stata affidata all'attore Irlandese Gabriel Byrne, semplicemente grandioso (e ai primi posti nella personale classifica di Zazie tra le ragioni per cui vale la pena di vivere). Byrne, diventato famoso al grande pubblico con The Usual Suspects di Bryan Singer, ha lavorato con alcuni dei più grandi registi del cinema contemporaneo, come i Fratelli Cohen (nell'adorabile Miller's Crossing), David Cronenberg (Spider), Jim Jarmush (Dead Man), Ray Lawrence (Jindabyne), John Boorman (Excalibur), solo per citarne alcuni, ma ha anche ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi lavori a teatro (ricordo ancora con emozione di averlo visto recitare a New York 10 anni fa in A Moon for the Misbegotten di Eugene O'Neill). Per il suo ruolo da psicanalista in In Treatment, Bryne ha ricevuto un Golden Globe nel 2009 e numerose candidature ad altrettanti premi. 
Un'altra straordinaria attrice presente nel cast è Dianne Wiest, che in In Treatment è Gina, la supervisor del Dott. Weston. La West è un volto noto dei film di Woody Allen (grazie ai quali ha vinto per ben due volte un Oscar), ma qui, se possibile, raggiunge un'ulteriore vetta di bravura. Gli episodi dedicati agli incontri Paul-Gina, per quanto mi riguarda, sono sempre i migliori, e il piacere che i due attori sono in grado di dare agli spettatori è qualcosa che riconcilia con il mondo. In questa stagione della serie, vorrei menzionare altre due attrici strepitose: Hope Davis, nella parte di un'avvocatessa quarantenne appagata sul lavoro ma infelice nella vita privata, e Alison Pill (solo 25 anni ma già apprezzata in Milk), nella parte di una ragazza che scopre di avere un cancro e non vuole farsi curare.
Insomma, io alla Comencini e a numerosi altri registi Italiani vorrei consigliare di andare un po' In Treatment prima di pensare/scrivere/dirigere altri film di scarsa qualità di cui faremmo volentieri a meno.
Avrebbero davvero bisogno di farsi vedere da qualcuno.
Da uno bravo, però.


ps Grazie a Franco e Chiara per avermi fornito In Treatment 2! (anche se non tutto, infatti adesso sono disperata...)

martedì 16 novembre 2010

Xavier Dolan needs you!


When you love a movie, what are you ready to do for the film-maker?
This is the question I had to ask myself when I found out that Xavier Dolan, the young québécois genius behind one of my favourite movies of 2010, Les Amours Imaginaires, published an announcement on his web site and on his facebook page asking for money to produce his next movie, Laurence Anyways.
He has made this request through a very interesting website, Touscoprod, where you can help the production of documentaries and fiction movies starting from a minimum amount of 15 $CA.
The production of Laurence (the movie will cost a total of 6,5 million $CA) is trying to gather in a minimum budget of 50.000 $CA, to be reached within July 2011 (if this is not attained, the co-producers wil have their money back).
Intrigued by the weird proposal and fascinated by the idea of becoming one of the co-producers of Dolan's next movie, I have decided to seriously study the case.
First I read about the plot.
1989, Laurence Alia is in a restaurant with his girlfriend celebrating his 30th birthday, and he tells her about his secret project: he wants to become a woman.
Then I read the name of the actor playing Laurence.
Louis Garrel.
And then I immediately gave the money.
I mean: how could I possibly resist not to do so, after having read about the story and the cast?
Now I am the proud co-producer n° 130 of Laurence Anyways.
We (we few, we happy few, we band of brothers, as Shakespeare would say) have reached, for the time being, the total amount of 8.752 $CA out of 50.000 $CA requested. There are still 7 months ahead of us.

C'mon guys, Xavier Dolan needs you.
What are you waiting for???

domenica 14 novembre 2010

Le Ragazze dai Capelli Corti

Qualche giorno fa sono andata a vedere una mostra molto bella alla Cinémathèque Française: Brune/Blonde (se non volete perderla, c'è tempo fino al 16 Gennaio 2011), che racconta di come il cinema abbia rappresentato negli anni le brune e le bionde.Corredata da fotografie, dipinti, riviste, e spezzoni tratti da documentari e da film, la mostra ha per protagonista assoluta la chioma delle donne. La scelta dei film, trattandosi della Cinémathèque, non fa una piega (ce n'è per tutti i gusti: Hitchcock, Lynch, Almodovar, Hawks, Antonioni, Fuller, Bergman, Kiarostami ecc.).
Tuttavia, devo ammetterlo, secondo me c'è una grave mancanza, ovvero l'assenza quasi totale di immagini di donne dai capelli corti. E questa a Zazie è sembrata una vera ingiustizia (per una questione di carattere puramente personale: vedi ritratto del mio blog).
Così, per rimediare, ho pensato di dimostrare - prove alla mano - che le donne dai capelli corti ci sono, eccome. Sullo schermo e in giro per le strade. E non hanno niente da invidiare a quelle con i capelli lunghi, perché...

... possono essere misteriose e imprevedibili
come Faye Wong in Chungking Express di Wong Kar-Wai (1994)



possono essere infantili e spaventate
come Mia Farrow in Rosemary's Baby di Roman Polanski (1968)


possono essere sexy da morire
come Halle Berry in Die Another Day di Lee Tamahori (2002)


possono essere fragili e irresistibili
come Natalie Portman in Hotel Chevalier di Wes Anderson (2007)



possono essere di una classe insuperabile
come Audrey Hepburn in Sabrina di Billy Wilder (1954)


o possono essere, semplicemente, adorabili
come Jean Seberg in A Bout de Souffle di Jean-Luc Godard (1959)



Insomma, Corto is Cool, non siete d'accordo?

giovedì 11 novembre 2010

The (anti) Social Network

In my life, I fiercely argued with people about two movies.
In one case (Breaking the Waves by Lars Von Trier) I was defending the film, in the other one (Fight Club by David Fincher) I was pulling it to pieces. There is something, in Fincher’s cinema, which gets terribly on my nerves. I am ready to admit that this could be a personal matter, since the guy is definitely able to make movies, but at the same time I think I have the right to say that his cinema doesn’t talk to me AT ALL and that I find it IMMENSELY boring. Yesterday night I made a new effort and, with the best intentions, I went to see The Social Network. And guess what.

Everybody knows Facebook, but maybe less people are aware of the bleak history behind its creation. In 2003, Mark Zuckerberg, a 19 years old geek from Harvard, dumped by his girlfriend and looking for some kind of revenge, creates in just a couple of hours an internal network where all the Harvard guys can choose the “hottest” Harvard girl. Impressed by what he has been able to do, he‘s approached by the twin brothers Winklevoss, who are looking for somebody helping them to develop an idea for a social network to be used at Harvard. Zuckerberg accepts their proposal but, as a matter of fact, creates from that same idea a new kind of social network, The Facebook, which has a striking success not only among Harvard students, but also among students from Columbia, Stanford and other universities in the world. From universities to the rest of the planet, and from few thousands to 500 million “friends”, it is just a question of (short) time. The process is not a smooth one, though. The Winklevoss brothers decided to sue him in court, as well as Eduardo Severin, Zuckerberg’s only friend. A guy who helped him launch the site but who’s been put aside after the arrival of Sean Parker, creator of Napster and smart entrepreneur able to provide Zuckerberg with huge amount of capitals and a bit of social life.
And this is the story of Mark Zuckeberg, youngest billionaire on earth, and possibly most isolated human being on the same planet. The End.

The first scene of the movie, a super fast and super sharp dialogue between Zuckerberg and his girlfriend, let me think for a moment that well, this could be a very interesting movie. The modern epic/greek tragedy all the reviews I have read were telling me about. Quite soon, though, I realized that the first scene was also the best one of the entire movie. No sign whatsoever of the passionate tale I was waiting for, but just the feverish account (feverish because Fincher tries to make it interesting proposing the sequences as well as the dialogues at a fast pace) of a bunch of jerks from Harvard trying desperately to achieve important purposes like entering into exclusive "final clubs" of their exclusive universities (where basically they can get drunk and girls take off their clothes during ridiculous games) or creating a social network, always for their exclusive universities, not particularly to get in contact with other human beings but just to make money or to have sex with some girls or to be considered “cool” by other people.
This is not epic, this is just depressing.
I wasn’t surprised, though, because this is the typical effect of a Fincher movie on me: I don’t like the subjects he chooses for his stories, I don’t like the way he tells the stories, I think that all the characters in his movies are incredibly superficial, I think he is pretentious and boring, and I also believe he is a bit chauvinist. I don’t mind looking at movies without even a single female character, but I do mind when female characters are on the edge of parody. In The Social Network you basically have Zuckerberg’s ex-girlfriend in a couple of scenes plus a lawyer at the end that look normal, otherwise all the others girls are hysterical bitches.
Welcome to his (fight) club, not mine.
The only valuable thing in this movie are some actors performances: Jesse Eisenberg (already seen and appreciated in The squid and the whale by Noah Baumbach) is perfect as the almost autistic Zuckerberg, while Armie Hammer playing both the Winklevoss twins is quite amazing. I wasn't particularly impressed, though, by Andrew Garfield and Justin Timberlake. I hope they can do better than that in their next movies.

When I think about Fincher, I think about these lyrics by a Smiths song, Panic:
Burn down the disco
Hang the blessed DJ
Because the music that they constantly play
IT SAYS NOTHING TO ME ABOUT MY LIFE
Hang the DJ! Hang the DJ! Hang the DJ!
I just need to replace disco with movie, and DJ with film-maker.
That's all.


venerdì 29 ottobre 2010

Jacquot de Nantes

Ci sono registi che amiamo lo spazio di un film, registi che detestiamo dalla prima all'ultima inquadratura, registi che (peggio ancora) ci lasciano completamente indifferenti, e poi ci sono loro, i registi che ci cambiano la vita. Per i quali c'è un prima, e c'è un dopo. In questi giorni si celebra in tutta la Francia il ventesimo anniversario della morte di un uomo che ha fatto un'enorme differenza per tante persone, blogger che scrive inclusa: Jacques Demy.
Avrei così tante cose da dire, su di lui, che un post mi sembra davvero ridicolo. Ma ci proverò comunque.
Nato nel 1931 in un paesino della Loire-Atlantique, figlio di un garagista e di una parrucchiera, Demy è cresciuto a Nantes, che lascia nel 1949 per trasferirsi a Parigi ed entrare in una scuola di cinema, da sempre il suo più grande sogno. Diventa amico della banda dei Cahiers du Cinéma, inizia a scrivere delle sceneggiature, e nel 1958 incontra la regista Agnès Varda. E' il grande amore: si sposano nel 1962, hanno un figlio (Mathieu, ma della famiglia fa parte anche Rosalie, la figlia che Agnès ha avuto da una precedente relazione) e staranno insieme, salvo brevi separazioni, fino alla morte del regista, nel 1990. La filmografia di Demy non è sterminata: 14 lungometraggi in tutto, e include anche opere piuttosto bruttarelle ed assurde, ma grazie ad una manciata di titoli, Demy si è imposto come un maestro assoluto, come il creatore di un universo particolare ed inedito, modernissimo e retrò allo stesso tempo, con uno stile che ancora oggi rimane un punto di riferimento e un modello inimitabile per schiere di registi.
Sto parlando soprattutto di un film-pietra miliare della storia del cinema: Les Parapluies de Cherbourg, Palma d'Oro al Festival di Cannes 1964 e, almeno che io sappia, primo (e unico?) esempio di film cantato. Sì, avete capito bene, non sto parlando di un musical, dove la gente dialoga normalmente e ad un certo punto c'è una canzone e/o un balletto. Qui la gente invece di parlare, canta. Sempre. Lo so cosa state pensando: oddio, ma che roba è? questo è pazzo! No, credetemi, una volta che vi lasciate rapire dalla musica, dai colori, dal volto sognante di Catherine Deneuve, dalla dolcezza un po' maladroite di Nino Castelnuovo (eh, si, proprio lui... vi siete mai chiesti come mai Anthony Minghella gli avesse affidato una parte in The English Patient? La risposta è questo film!), dalla storia romantica ma crudele, dai dialoghi cantati che sono dei gioielli in rima, dalla mise en scène precisa e splendida di Demy, capirete perché per questo film la parola CAPOLAVORO non è spesa invano. Fondamentale, per la creazione di questo personalissimo universo, la sua collaborazione con due grandi artisti: il musicista jazz Michel Legrand e lo scenografo Bernard Evein (la carta da parati più bella della storia del cinema, la dobbiamo a lui), che non a caso saranno quasi sempre al fianco di Demy nel corso della sua carriera.
Ma già con il suo lungometraggio d'esordio, il bellissimo Lola (1960), Demy aveva fatto capire di cosa era capace, ed aveva introdotto alcuni dei temi a lui più cari, che ritorneranno come un ritornello in tutta la sua opera: la ricerca (e a volte la lunga attesa) dell'amore assoluto, la differenza di classe sociale come motivo di separazione tra gli amanti, la crudeltà del destino, la favola/il sogno come dimensione ideale per sopportare la realtà di questo mondo. Non è dunque un caso che uno dei suoi film più riusciti sia stato la trasposizione in immagini di Peau D'Ane (Pelle d'Asino), sempre con Catherine Deneuve.
Ma c'è un altro gioiello che Demy e la Deneuve hanno girato insieme, il solo film del regista in cui la sua vena malinconica viene messa da parte per far spazio ad una gioia di vivere incredibilmente contagiosa: Les Demoiselles de Rochefort (1966). La storia di due sorelle gemelle (interpretate dalla Deneuve e da sua sorella nella vita, la deliziosa Françoise Dorleac, purtroppo morta in un incidente d'auto un anno dopo la fine delle riprese) alla ricerca dell'uomo ideale e della loro realizzazione come artiste, il tutto nella cornice di una città militare ma allegra e coloratissima, di marinai in libera uscita, con Gene Kelly e il protagonista di West Side Story che si aggirano indisturbati, ballando nelle strade. Insomma, il mondo en-chanté à la Demy, il mondo come ci piacerebbe che fosse.

Ovviamente, non si può parlare di Demy senza parlare di Varda.
Nel 1990, mentre Demy, già gravemente ammalato, si mette a scrivere le sue memorie di infanzia, la moglie decide di rendergli omaggio trasformando subito in pellicola quegli stessi ricordi. Il risultato è il commovente Jacquot de Nantes, dove alle immagini dell'infanzia di Demy si sovrappongono immagini tratte dai suoi film e primissimi piani fatti al regista stesso, malato e con uno sguardo dolcissimo, in silenzio davanti al mare. Una dichiarazione d'amore di una tenerezza sconvolgente. E sempre la Varda ha girato, nel 1993, un documentario intitolato Les Demoiselles ont eu 25 ans, nel quale ritorna a Rochefort con Catherine Denevue per le celebrazioni del venticinquesimo anniversario del film, intervistando gli abitanti che avevano preso parte alla lavorazione e andando alla ricerca di ricordi, scene, momenti divertenti, musiche e paesaggi.
Ma vorrei anche ricordare che Demy ha avuto una grandissima influenza su diverse generazioni di registi, e non solo francesi. Wong Kar-Wai ha più volte dichiarato il suo amore per lui e John Woo ha confessato di costruire le scene di sparatorie ispirandosi all'armonia delle scene di ballo dei suoi film. In Francia, ça va sans dire, ci sono registi che gli fanno dichiarazioni d'amore a ogni inquadratura. Il caso più eclatante è quello di Christophe Honoré, una specie di clone in versione moderna di Demy: nel film 17 Fois Cécile Cassard (Cassard è il cognome di un personaggio che compare sia in Lola che nei Parapluies de Cherbourg), Honoré gli rende un buffissimo omaggio, con un Romain Duris in versione osé che canta la canzone di Lola sulla riva di un fiume. E comunque, Honoré è come se rifacesse Demy ad ogni film, e ogni occasione è buona per far cantare e ballare i protagonisti dei suoi film. Piuttosto incredibile, poi, è il caso di Jeanne et le garçon formidable di Olivier Ducastel et Jacques Martineau, del 1998. Questa coppia (nel lavoro e nella vita) di registi ha creato un film anni '80 alla Demy, il cui protagonista è (niente-poco-di-meno-che) Mathieu, suo figlio. Benché il tema non sia per niente allegro: il protagonista è malato di AIDS e sta per morire, il tono è leggero e sognante, pieno di canzoni e balletti scatenati e una scena di manifestazione presa pari pari da Une chambre en Ville, altro film di Demy.

Mi dispiace, come temevo, questo post è lunghissimo, e spero non me ne vogliate. Ma ditemi voi: come si fa ad essere brevi, quando si sta parlando dell'uomo che si ama?







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