giovedì 31 dicembre 2009

In search of a midnight kiss

A very short message to all my readers in the last day of the year.
In Search of a Midnight Kiss is one of my favourite indie movie ever, and it is set on New Year's Eve.
I couldn't think of a better movie to wish you HAPPY 2010!!!
Zazie

giovedì 24 dicembre 2009

You're innocent, when you dream

Natale non è il mio momento preferito dell'anno.
Ma che volete farci? E' lì, inevitabile, e bisogna attraversarlo.
Non mi sono nemmeno mai piaciuti i film che parlano di Natale, o che sono ambientati nel periodo di Natale, o che anche vagamente accennano al Natale: tutta quella finta bontà, quella melassa che scorre a fiumi, quei buoni propositi sempre disattesi, quel sentimentalismo da quattro soldi.
Ma nel 1995, ho visto un film che racconta la più bella storia di Natale che abbia mai sentito, o visto. Si tratta di Smoke, regia di Wayne Wang, sceneggiatura del grande scrittore americano Paul Auster.
Il film con il Natale non c'entra niente, ma alla fine della pellicola al protagonista, lo scrittore Paul Benjamin (interpretato da un attore che ho sempre molto amato, William Hurt), il New York Times chiede un racconto di Natale. Lui risponde di sì, lusingato dall'importanza della testata, ma poi è preso dal panico perché non ha nessuna buona idea per un racconto natalizio. Gli viene in soccorso Auggie Wren (il ruvido Harvey Keitel), dal quale Benjamin compra ogni giorno dei sigari nel suo negozio di Brooklyn. Non sono veramente amici, ma amano parlare di un sacco di cose diverse. Quando Benjamin gli sottopone il suo problema, Auggie gli promette, in cambio di un pranzo, di raccontargli una bella storia di Natale. Questa è la scena finale del film: Auggie e Paul seduti in un piccolo deli americano, con Auggie che racconta la sua storia.

Un giorno d'estate, Auggie scopre un ragazzo di colore rubare qualcosa nel suo negozio. Quello scappa, e lui non riesce a fermarlo, ma nella corsa il ladro perde il portafoglio. Auggie lo raccoglie, e avrebbe tutti i dati per poterlo denunciare, ma decide di non farlo, perché nel portafoglio trova delle foto del ragazzo che gli fanno molta tenerezza. Più di una volta pensa addirittura di riportargli l'oggetto, ma non si decide mai, fino a quando non arriva Natale. Quel giorno Auggie è da solo e non sa che fare, così controlla l'indirizzo e raggiunge il posto. E' un quartiere molto povero di Brooklyn, con palazzoni tutti uguali, e quando Auggie finalmente trova l'appartamento, ad aprirgli è un'anziana signora di colore, completamente cieca. La donna gli getta le braccia al collo, chiamandolo con il nome del nipote (il ladro), e Auggie, preso alla sprovvista, non ha il coraggio di negare. E' ovvio, la donna sa benissimo che lui non è suo nipote, ma è sola, e anche Auggie è solo, ed è il giorno di Natale, e così decidono di passarlo insieme. Alla fine del pranzo la donna si addormenta, e Auggie se ne va di casa, rubando una scatola contenente una macchina fotografica (sicuramente la refurtiva di qualche colpo del vero nipote).
Auggie si sente così in colpa per via di quel gesto, che mesi dopo ritorna all'appartamento per ridargliela, ma la signora anziana non c'è più e i nuovi inquilini non hanno nessuna idea di che fine abbia fatto. Auggie dice: Probabilmente era morta. E Benjamin commenta: Questo significa che l'ultimo Natale della sua vita lo ha passato con te.
La storia è davvero bellissima, ma in questo caso è la magia del cinema a fare tutta la differenza.
Perché quando i due protagonisti smettono di parlare e il film è finito, sui titoli di coda "parte" un altro piccolo film, in bianco e nero, che è la trasposizione in immagini del racconto di Natale di Auggie Wren.
Non c'è nessun dialogo, non si sente nessuna parola, ma solo una canzone e la voce roca di Tom Waits che canta "You're innocent, when you dream".
Non ho mai visto niente di più commovente nella mia vita di queste due solitudini che si ritrovano insieme il giorno di Natale. E non c'è nessuna melassa, nessun finto sorriso, nessun buon proposito, nessun sentimentalismo.
Solo l'innocenza di quando dormiamo.

Buone Feste dalla vostra Zazie!

martedì 15 dicembre 2009

ANNA

E proprio quando pensavo di sapere tutto ma veramente tutto della Nouvelle Vague, ecco che spunta fuori un film per la TV del 1967 di cui ho sempre ignorato l'esistenza: Anna, di Pierre Koralnik.
L'ho scoperto grazie al mio settimanale preferito, Télérama, il cui acquisto ogni mercoledi mattina all'edicola di Rue Burq mi riempie di una gioia un po' sconsiderata. Sull'inserto speciale dedicato ai regali di Natale pubblicato un paio di settimane fa, ecco che trovo la recensione di un cofanetto il cui sottotitolo avrebbe potuto essere: scritto, diretto e interpretato espressamente per far felice Zazie.
Allora, andiamo con ordine: in questo cofanetto (una meraviglia che sembra un vecchio LP, con una grafica perfetta) ci potete trovare un DVD, un CD e una serie di fotografie in bianco & nero che come le vedete le volete già incorniciare e appendere in salotto.
Ovvio, vi starete chiedendo come mai c'è un CD, e la risposta è molto semplice, c'è perché questo è un film musicale alla Jacques Demy (del resto il suo capolavoro, Les Parapluies de Cherbourg, è del 1964, quindi immagino che l'influenza all'epoca fosse fortissima) ma a scriverlo, comporre la colonna sonora e avere una piccola parte in questo film è niente-poco-di-meno che il grande Serge Gainsbourg.
Gli interpreti principali, invece, sono Anna Karina (all'epoca moglie di Jean-Luc Godard e volto femminile per eccellenza della Nouvelle Vague) e Jean-Claude Brialy (che con Jean-Pierre Léaud è stato il volto maschile più rappresentativo dello stesso movimento).
Il film, che si avvale dei dialoghi di Jean-Loup Dabadie (diventato poi famoso come sceneggiatore di tanti straordinari film di Claude Sautet), racconta la storia di Serge, un pubblicitario di successo, che un giorno per caso fotografa in una stazione parigina il volto di una ragazza e se ne innamora perdutamente. Per ritrovarla, stampa delle fotografie giganti (e vai di Blow Up) che fa appendere per tutta la città, ma non si rende conto che in realtà quella ragazza lui la conosce. E' Anna, una giovane che lavora come disegnatrice nella sua stessa agenzia, una tipa dall'aria un po' buffa e sognatrice, che nasconde il volto dietro dei grandi occhiali tondi alla Corbusier (ecco perché lui non la riconosce). Gainsbourg interpreta invece l'amico dandy e très blasé di Serge, un po' voce narrante, un po' testimone lievemente cinico dell'ossessione di Brialy.
Insomma, la trama non è niente di che, ma il film è eccezionale.
Perché c'è una libertà, un accumulo di idee, un nuovo modo di rappresentare i sogni, i sentimenti, le ossessioni, le stravaganze e i desideri che ancora oggi, a distanza di 40 anni, suonano assolutamente moderni. Insomma, sono gli anni '60 in tutto il loro splendore, con un pizzico di '7o e le prime avvisaglie di psichedelia.
Visivamente questo film è un inno alla gioia di vivere: le strade di Parigi non sono mai state così meravigliose (ma perché hanno cambiato quegli autobus, qualcuno me lo spiega?), l'esplosione di pop art è contagiosa (il balletto iniziale, una specie di versione video di un quadro di Pollock, e tutta la scena surreale del finto funerale di Brialy), gli abiti sembrano usciti da una collezione di Yves Saint Laurent e Courrège, i balletti sono di un'innocenza disarmante, il cameo di Marianne Faithfull pure e Gainsbourg che fuma una gitane seduto al caffé con cappotto color cammello... eh, niente, quello è di una classe, di un'eleganza e di un carisma che si capisce perché in Francia lo venerano come Gesù.
Le sue canzoni, poi, sono dei capolavori. E non a caso alcuni pezzi (tutti cantati dagli interpreti del film) sono entrati nella storia della musica, come il famosissimo "Sous le soleil exactement".
E alla fine della visione si resta, come sempre in questi casi, con la semplice domanda: ma perché al giorno d'oggi in un posto come l'Italia è impossibile trovare in TV (oddio, pure al cinema...) questa libertà assoluta, questa voglia di rischiare, osare, sperimentare, mischiare i generi, elevare il pubblico e non farsi trascinare dal gusto corrente? Insomma di andare oltre, di essere avanti. Forse si potrebbe mandare qualche sceneggiatore italico in America, dove in questi ultimi anni con le serie TV stanno facendo quello che la Nouvelle Vague faceva con il cinema negli anni '60. Mah...
Nel frattempo, per consolarvi, vi consiglio la visione di Anna, che Télérama ha definito "il telefilm più leggendario di tutta la storia del piccolo schermo francese".
Un mythe, exactement...

lunedì 7 dicembre 2009

The Limits of Jim Jarmusch

There’s nothing more disappointing in life than a bad movie by a film-maker you like, and this is absolutely the case with the last Jim Jarmusch work, The Limits of Control. Apparently, we have to put the blame on some film critics, who accused Jarmusch to have turned into an almost mainstream film-maker with his previous movie, Broken Flowers. Jarmusch, the king of independent American movie, hurt by the accusation, decided to write and direct a completely free and non-commercial movie.
And, well, no doubt he succeeded in doing so, but the problem is that, in the enthusiasm of re-establishing and re-confirming his complete freedom as an artist, he also completely forgot that there would have been an audience, looking at his movie. Judging from the number of people quitting the cinema yesterday afternoon, the audience tried to forget Jarmusch as well.
The plot: a lone man (good actor Isaach De Bankolé, a familiar presence in Jarmusch universe) leaves France to Spain to accomplish a mysterious mission. Arrived in Madrid, he starts to have “meetings” with different people, with whom he exchanges boxes of matches containing incomprehensible (at least for us) messages. Following the advice of one of them, the man moves to Sevilla and then to another unspecified place where there is the “target” he’s looking for. Once the job completed, the solitary man got back to his normal (?) life.

I’m usually not afraid of very slow movies. Movies where apparently nothing’s going on but in reality there’s much to follow and to understand. At the beginning of this film I thought: Ok, this is just the start, many things are going to happen, I’ll be taken by the story, or by the atmosphere, or… after 30 minutes, I understood that my great expectations would have been frustrated.
This movie is BORING; it is simply, unbearably, boring.
The parade of magnificent actors (among others Tilda Swinton, John Hurt, Gael Garcia Bernal, Bill Murray) not only doesn’t help, but contributes to frustrate the public even more: do you have all these great actors and do you use them this way, Jim???
But the thing that really surprised me here is the total lack of irony, usually a very important element in Jarmusch works. The repetition of the same dialogue is very funny, yes, sure, for the first three times, the fourth time it just sucks. The lone man always ordering two espressos in different cups, yes, very funny indeed… but even in this case, the fourth time he is doing so, you just want him to order a bloody double espresso. And if there’s a secret meaning behind this gesture, well, who gives a damn.
In fact, this is a total “who gives a damn” movie.
I found the final dialogue by Bill Murray (representing, I guess, the movie’s core) very pretentious and ridiculous. Who’s talking about? Who are the people that have the “objective” vision of the world to be opposite to the people (and here again… who? The Artists?) having a subjective vision of things?
Please, Jim, give us a break.

Well, let’s say at least two things I really loved of this movie:
The first one is the photography, absolutely amazing, and I wasn’t surprised to read that the cinematographer of The Limits of Control is Mr. Christopher Doyle (the Australian genius behind In the Mood for Love by Wong Kar Wai and Paranoid Park by Gus Van Sant, for instance).
The other one, but it is very personal, is the scene where John Hurt, talking about bohèmiens, quotes La vie de Bohème by Aki Kaurismaki, simply saying: There was a great Finnish movie about this some years ago. Kaurismaki and Jarmusch are very good friends, and they have this habit of quoting each other in their movies. I know, I know, it’s very “cinéphile”, but it’s cute!
Anyway, I want to be clear on this point: I LOVE Jim Jarmusch, and this is why I’m so disappointed with him.
Film-makers can be exactly as lovers: you know they can do better than that, they just have to prove it.

venerdì 27 novembre 2009

おくりびと Okuribito

Ho sempre avuto una grande passione per i film che parlano della morte.
Lo so, la frase può risultare particolarmente macabra, ma non lo è. Così come, in realtà, non sono macabri i film che trattano questo tema. Anzi, per quanto possa sembrare strano, spesso sono film traboccanti di vita. La morte mi fa paura, certo, ma questo non mi impedisce di volerla conoscere più da vicino, nei limiti del possibile. Non a caso, la mia serie TV preferita di tutti i tempi è Six Feet Under di Alan Ball, che come molti di voi sapranno è la storia di una famiglia che gestisce una funeral home a Los Angeles. La morte è molto, molto presente. Perché queste persone, con la morte, ci campano: ogni puntata inizia con un morto, ci sono cadaveri che vengono preparati per le veglie, e cari estinti che parlano con i loro parenti. Ma tutto questo non impedisce alla serie di essere travolgente e pulsante di vita
Ho sempre trovato molto inadeguato il rapporto del mondo occidentale con la morte, e considerato i popoli orientali mille anni avanti rispetto a noi nella gestione del gran finale. Qualche settimana fa ho visto in DVD un film giapponese che ha confermato le mie convinzioni (sia sull’ottima qualità delle opere che parlano di morte che sulla superiorità degli orientali nel trattare questo tema). Si tratta di Okuribito di Youjirou Takita, vincitore quest’anno dell’Oscar per il miglior film straniero. Il titolo significa, letteralmente, colui che accompagna
E’ la storia di un giovane violoncellista, Daigo, che si ritrova da un giorno all’altro senza lavoro (l’orchestra per cui suona chiude improvvisamente) e decide di ritornare a vivere nella sua cittadina d’origine, insieme alla moglie, in cerca di fortuna. In questo posto un po’ sperduto del Tohoku, per la verità, il lavoro scarseggia e, dopo molti infruttuosi tentativi, Daigo finisce per accettare un posto in un’agenzia di pompe funebri. Ma non una qualsiasi. Si tratta infatti di un’agenzia che pratica il Nokanshi, un’antica tecnica secondo la quale il corpo del morto viene letteralmente “preparato” davanti ai parenti. All’inizio perplesso e quasi disgustato, Daigo a poco poco finisce con l’appassionarsi al suo lavoro, soprattutto grazie agli insegnamenti di Sasaki-san, il suo capo, un signore taciturno e discreto, che con la sua gentilezza e la sua compostezza riesce a conquistare ogni famiglia (l’attore che interpreta questo ruolo è il grandissimo Tsutomu Yamazaki, che forse qualcuno di voi ricorderà in Tampopo di Juzo Itami). Daigo dovrà affrontare non pochi problemi per far accettare agli altri (sua moglie per prima) lo strano lavoro che ha scelto, ma in un modo o nell’altro tutti dovranno arrendersi all’evidenza: a Daigo lavorare con i morti... piace da morire!
Questo film è una vera delizia (unico neo, forse, il finale leggermente mieloso), ed è un condensato di tutto quello che amo sfrenatamente del Giappone e dei Giapponesi: la discrezione, la compostezza, l’eleganza nei gesti, la parsimonia nelle parole, la delicatezza nei propositi, l’amore per la bellezza (che si traduce in ogni cosa, persino nelle tazze in cui bevono il té), l’ironia sottile, l’understatement un po’ naïf, e la dignità come valore assoluto. Non so se state pensando ad un paese e un popolo che sono esattamente l’opposto...
Il modo in cui i cadaveri vengono lavati, vestiti e truccati di fronte ai parenti contriti dal dolore, è un momento di umanità cosi alta che si fa quasi fatica a guardare. Inevitabile pensare che in Occidente una cosa del genere sarebbe impossibile. La prima volta che Daigo affronta da solo la prova del Nokanshi, si trova in una situazione che ne è l’esempio perfetto: mentre sta lavando il corpo di una ragazza, si rende conto che c’è “qualcosa” che non dovrebbe esserci. Preso alla sprovvista, mantiene la calma ma riesce a catturare discretamente l’attenzione di Sasaki-san, che sta supervisionando, e a sussurrargli all’orecchio le parole “ha quella cosa...”. Il capo, con altrettanta discrezione, prende il suo posto, finisce il lavoro e poi, rivolgendosi con estrema gentilezza ai parenti, domanda: gli occhi, di che colore li volete truccare?
 Da cui risulta evidente che è molto, ma molto meglio morire da trans in Giappone, che non nel nostro paese.
Ne approfitto per ringraziare pubblicamente il mio amico Giorgio Amitrano (il miglior traduttore di letteratura giapponese che abbiamo in Italia), al quale devo la visione di questo film (e di tanti altri che un intero post non riuscirebbe ad esaurire): arigatou gozaimasu, sensei!
n.b. Ho scelto di farvi vedere il trailer giapponese perché è molto più bello di quello "confezionato" per gli occidentali. Se volete, su You Tube trovate quello sottotitolato.

giovedì 19 novembre 2009

The cinema of Andrea Arnold


How many special movies do you have the chance to see, every year?
I mean, very special ones, movies able to change your perspective on something, able to move something deep inside you, to leave you breathless and speechless? Not many, as far as I’m concerned.
In these last years, I’ve seen two movies by the same film maker that had such a big impact on me and I’m very happy to write that the man behind the camera is… well, a woman.
Her name is Andrea Arnold.
Born in England in 1961, Arnold won an Oscar in 2003 for her short movie Wasp. She wrote and directed her first feature film, Red Road, in 2006 (winner of the Jury Prize at the Cannes Film Festival and part of the Advance Party project created by Lars Von Trier) and this year she’s been back with Fish Tank (winning again the same prize at the same Film Festival).
Arnold’s stories are very bleak. They are set in bleak places around UK and they talk about bleak people: not happy, not rich, not particularly beautiful and very often traumatised by some not-very-funny event.
So, I know what you’re thinking right now: why on earth Zazie is telling us to go and see such depressing movies? Well, it is because these movies are not depressing, are just great.
Red Road tells the story of Jackie, a Glaswegian CCTV operator, a lonely and sad woman in her 30s who spends her life watching other people’s lives through the monitors, until the day she catches a glimpse of a man and this seems, somehow, to change her life dramatically. I’m not going to tell you who this man is or why he is so important for Jackie: if this movie’s atmosphere is so fascinating, it is mainly due to this mystery. You don’t know anything about it, you desperately try to understand why she is doing what she is doing, and you’ll be aware of that just towards the end. Red Road is a very dark and very slow movie but there is a fire burning inside it, and you can feel it since the beginning. This woman seems dead, inside, but she is not. You are touched by her fragility, fascinated by her willing to pursue her idea (wherever this will lead her) and when you finally find out what’s going on, you just want to cry for the rest of the movie. In Red Road there is one of the strongest and most beautiful sex scenes I’ve ever seen on screen and, I know half of the population will disagree with me, but I think this is because there’s a woman behind the camera. Ok, I wrote it. And I take full responsibility for that.
 The main character of Fish Tank is, once again, a woman: Mia is a teenager living with her single mother and a younger sister in a dingy housing estate somewhere in the south of England. The only thing she really enjoys in life is to dance all alone on hip-hop tunes. At school she is a disaster and her relationship with the rest of the world is quite dramatic: no friends (her bad temper and bad manners don’t help) and no chances to be supported by her mum (kind of an alcoholic). Something changes with the arrival, in their apartment, of Connor, her mum’s new boyfriend (played by Irish-German actor Michael Fassbender, whose arrival would change any woman’s life on planet earth).
Mia, who spends her time defending herself against other people and the world outside, by meeting Connor (probably the first adult who seems genuinely interested in her as a human being), opens up to new feelings and new hopes. Things won’t turn very well with him, in the end, but the process has started, and a new phase of her life is spreading in front of her.  
Supported by an outstanding cast (newcomer Katie Jarvis, found by Arnold while furiously fighting with her boyfriend on a station’s platform, English actress Kierston Wareing, already appreciated in It’s a Free World by Ken Loach, as Mia’s mum, and the above mentioned Michael Fassbender, by far the best actor of his generation), Fish Tank is a vibrant, emotional story.
There are at least a couple of perfect moments: every time Mia finds herself close to Connor and this simple contact produces in her a physical upsetting (like a crack in the fish tank she constantly feels trapped in) and the dancing scene between Mia, her mum and her (irresistible) little sister.
Maybe they’re desperate, maybe this world is a shitty place to live in, but everybody has the right to hope and to look for bliss.

lunedì 9 novembre 2009

Remembering Heimat



20 years ago today, the Berlin Wall was falling down and this historical date is rightly celebrated everywhere in the world. Zazie would like to give her small contribution in the only way she knows: talking about cinema.
One of the most amazing experiences of my entire life, has been the vision of a German movie called HEIMAT (an apparently untranslatable word that somehow means "Homeland") by Edgar Reitz. To define Heimat a simple movie is very, very reductive. Heimat is an epic, and a very long one. We are talking about 52 hours of filming material divided in 30 episodes, split up in 3 parts: Heimat 1 (11 episodes), Heimat 2 (13 episodes) and Heimat 3 (6 episodes).
Heimat is the story of a German family, the Simons, from 1919 until 2000, but it is also the story of a country. I've been lucky enough to see Heimat 1 - A German Chronicle on the Italian TV around 1985/1986 and I loved it. I was captured after 10 minutes by the adventures of the Simons in this remote little village called Schabbach (in the Hunsruck area of the Rhineland). 
The first Heimat follows them from 1919 until 1982, and it's easy to understand how many stories can be told based upon such a rich historical period: the end of the First World War, the Second one, the years of the Nazism, the post war period, the economic boom, the heaviness of the '70s etc. etc.
The second part, well, that was one of the highlights of my youth. I still have to understand why, but in Italy someone (up above that loves us) decided to distribute the movie in cinemas and in Original Language!!! (a mystery that will probably never been solved in a country where, even until today, every single movie is dub). I was living in Milan, at that time (1992), and the cinema showing Heimat 2 used to screen, every week, a new episode. I remember that they had created a lovely special card for the movie and every time I went to see a film they obliterated a piece of the card, filling me with joy (yes, I know, I'm a bit crazy). I also perfectly remember how much I was crying when I got off the cinema after having seen the last episode. It was a summer day and I was desperate, walking in the empty streets of Milan and looking for a reason to live without the Simons (at that time, I didn't know that Reitz was preparing the third part of the saga). 
The only other fictional family that had such a big impact on me was the Fisher family of Six Feet Under, but this has been just few years ago. The Simons were the forerunners! Anyway, Heimat 2 - Chronicle of a Youth is the story of the youngest Simon, Hermann, who leaves Schabbach to move to Munich in the '60s to study musical composition. Arriving in this city, he meets new friends, he falls in love with the cellist Clarissa (and he tries to forget his first love, Klarchen, a Schabbach woman), he takes part in the new artistic movements, he discovers a new way of living and of being.
We are talking here about a real masterpiece. Not all the episodes are perfect, but most of them are. Every single character is beautifully created and defined, the dialogues are intense, as well as the flow of emotions that overwhelm the screen and the audience. About the way all this has been filmed, Reitz uses a simple but powerful idea: the day scenes are filmed in black and white, while the night scenes are filmed in colours. I can't explain you better, but this basic solution is to die for. The amazing thing about Heimat is this: the story is probably the most "German" story possible, but it is incredibly universal. In Heimat 2, for instance, there is an episode called "Kennedy's Children", that shows what happened to every character of the movie the day Kennedy was killed. Once got home, after seeing that episode, I asked my parents if they remember what they did in that particular day and they both answered Yes, we do. Every single person of our generation remembers it. You see, Reitz is maybe talking about some Munich guys but he's talking about the world. 
And I'll never forget one scene, where one of Hermann's friends has been to see "La Notte" by Antonioni and says, with dreamy eyes: you watch a film like that and you want to kill yourself (La Notte is my favourite Italian movie of all time). Not to mention the poster of Jules et Jim in one of their rooms...
Heimat 3 - Chronicle of a Changing Time begins exactly with the fall of the Berlin Wall: it is in that same night that Hermann and Clarissa met each other again, after having lived apart for many years. Heimat 3 was out in 2004 and the momentary cleverness of the Italian distributors was over. I was living in Genoa, at that time, and after a couple of episodes, they decided that the experiment wasn't worth it (probably the fact that we were 5 in the cinema for the first two episodes didn't help). Sadly enough, I've never seen the rest of Heimat 3 even because, I have to confess it, it was not as good as the first two sagas.
I really hope that somebody reading this post will feel the urge to re-discover this movie and I also take advantage of this public space to ask for forgiveness to all my German friends to whom, invariably, my first question is: Have you seen Heimat? followed by my incredulous-almost-disgusted look if they venture to answer No.
I read somewhere that Heimat was one of Stanley Kubrick's favourite films. Well, if you don't trust Zazie... please trust good old Stanley, guys!

giovedì 5 novembre 2009

The Australian 400 Blows

Last week, I went to see the avant-première of an Aussie movie at the Cinéma du Pantheon: Samson & Delilah by Warwick Thornton (the movie won the Caméra D'Or, the award assigned to the best first feature at the last Cannes Film Festival).
I have to confess it: I’m in love with Australian cinema.
I think it’s a real pity that not many movies from Down Under are distributed in Europe and I think it’s a pity that the few Australian movies arriving in Europe are not exactly the best representation of their cinema industry. I mean, Australia by Baz Luhrmann is one of the worst movies I’ve seen in my entire life and the country he’s showing there is a mere cliché. The real Australia is somewhere else, for sure.
In the four years I’ve been living in Paris, though, I was lucky enough to see some very good Australian movies: the noir The Square by Nash Edgerton, the incredibly funny Razzle Dazzle by Darren Ashton, the fascinating 10 Canoes by Rolf De Heer, the interesting Jewboy by Tony Krawitz, the tender fairy tale Opal Dream by Peter Cattaneo and the splendid animation movie Mary and Max by Adam Elliot.
My favourite Australian movie of these recent years, by the way, is Lantana by Ray Lawrence. If you’ve never seen it, please rent/buy the DVD. It is a beautiful, touching, outstandingly played story (if you can, please also see the other two movies by Lawrence: Bliss and Jindabyne).
Another film maker I really love is Peter Weir and I don’t think my life would have been the same without the vision of Walkabout, a masterpiece by Nicolas Roeg (1971).
And last, but not least, I owe to two Australian movies my funniest moments seated in a cinema: The adventures of Priscilla, Queen of Desert by Stephan Elliott and the (unfortunately) completely unknown in Europe The Castle by Rob Sitch.
When I feel depressed, I think about Hugo Weaving, Guy Pearce and Terence Stamp dancing on I will survive in the middle of the Australian bush and, well, I can’t help myself: I’m happy again!
Besides my good foundation of Australian cinema, I wasn’t prepared for the experience of Samson and Delilah. When it comes to Aborigines, I always feel uncomfortable.
I mean, it is a very delicate subject in Australia, for evident reasons, and I’ve always found a false note in the representation of Aborigines in movies. The only exception is the character of the police woman in Lantana: she is Aborigine (or half-Aborigine) and this is a simple detail. Watching the movie by Thornton, the other night, I suddenly understood why I always felt that way: I’ve never watched a movie before on Aborigines made by an Aborigine. No false note whatsoever in his representation of the group. He was allowed to do something that other film-makers couldn’t do: to be tough with his own people.
The plot of the movie is very simple: Samson and Delilah are two young Aborigines living in a small community in Central Australia. When Delilah’s grandmother died (the only family she had), the two, who are secretly in love, leave the place trying to reach Alice Springs. The impact with the city is simply awful. All sorts of tragedies happen, but in the end they manage to go back to the community and to settle in an isolated but quite place in the Northern Territory.
I’ve rarely seen on screen such a powerful story.
Thornton, who’s been a cinematographer up until now, not only wrote, directed and edited the movie, but also partially composed the original soundtrack. He perfectly knows what he wants to say and how he wants to say it.
The images are so talkative, that there’s no need for words.
Thornton takes his time to tell us the story, and we savour every single moment of it. We enter into the bleak day by day life of these two young people very slowly, till the point it feels like it is our own life. We know that they are falling in love simply because they look to each other in a certain way (there’s a magnificent scene: Delilah seated in a car listening to some quite music looks at Samson dancing on some loud music from a ghetto blaster and the two tunes melt into each other, while Samson’s dancing is filmed in a sensual slow motion).
The violence too is filmed in a very strong way. Nobody is immune: the Australians towards the Aborigines and the Aborigines towards the Aborigines. Thornton wants to tell us that the good and bad could come from both sides (the white homeless that help the guys in town, the Aborigine woman that beat them up when they’re back to the community instead of welcoming them).
After the movie, we were lucky enough to have the film-maker present at the cinema. I really loved his witty and clever answers to the audience’s questions.
He said that this story is his story. He said that he’s been saved by cinema, otherwise he would have been one of the many Aborigines sniffing glue and getting drunk near some Australian highways. He said that this movie is his “400 Blows” (no surprise about the fact that I almost cried listening to this sentence: 25 years after Truffaut’s death, here it is an Aborigine film-maker talking about his cinema!!!).
Thornton, above everything else, was hoping that, leaving the theatre, every one of us meeting a homeless in the street would think about Samson and Delilah, and this will give us the will to help him/her.
I don’t know if this is going to happen but, for a moment, every one of us dreamt of being a better person, stepping out of that cinema.
So thanks, Mr. Thornton.

lunedì 26 ottobre 2009

Festival del Cinema di Roma - A night to remember


La vostra Zazie è appena tornata da Roma, dove è stata in missione cinematografica neanche tanto segreta.
Ho infatti assistito, la sera di giovedi 22 Ottobre, a due eventi della quarta edizione del Festival del Cinema: l'incontro con il pubblico di Meryl Streep (che ha vinto quest'anno il Marc'Aurelio d'Oro alla carriera) e l'anteprima europea del nuovo film dei fratelli Coen, A Serious Man.
Come si dice da queste parti: pas mal, se poi ci aggiungete un simpatico fuori programma, consistito in due amabili chiacchiere con Joel Coen e sua moglie Frances McDormand nel giardino dell'Hotel de Russie davanti a un bicchiere di vino bianco, allora ci scappa pure un YABADABADUUUU!!!!!
Ma veniamo ai fatti.
Di Meryl Streep non penso ci sia bisogno di dire molto: considerata, a ragione, la più grande attrice vivente, è stata accolta e poi congedata dal pubblico con due lunghe standing ovation. Ho provato a pensare ad un'altra attrice che le possa stare al passo, ho capito che non c'è. Forse Dame Judy Dench, ma non nella carriera cinematografica. La verità è che rivedendo gli spezzoni tratti dai suoi film che lei ha scelto di proporre, si rimane soggiogati dalla sua bravura: Manhattan, La scelta di Sophie, Il Cacciatore, I ponti di Madison County, Kramer contro Kramer, Innamorarsi, Il Diavolo veste Prada... la Streep cambia accento ad ogni film, eccelle nel dramma come nella commedia, sa cantare, ballare, essere dolcissima, essere stronza, disperarsi, farci ridere. E il tutto in modo così naturale da farci credere che sia un gioco da ragazzi, ma non lo è, altrimenti ci sarebbero in giro più attrici come lei. 
Comunque, con il pubblico, la Streep è perfetta: elegantissima, sobriamente truccata, sembra una diva ma è estremamente alla mano. Scherza sui suoi problemi con la tecnologia, racconta di quanto sia taciturno ma carismatico Robert De Niro, lascia cadere una battuta su Woody Allen al momento giusto o fa una riflessione sul cinema che cattura subito l'attenzione. Insomma, chapeau! Prima del suo incontro, una bellissima sorpresa, da lei stessa richiesta: la programmazione di un breve documentario sull'attore americano John Cazale, morto giovanissimo (a 42 anni, di un cancro ai polmoni), con solo 5 film all'attivo che sono però rimasti nell'immaginario collettivo: Il Padrino parte I e II, La Conversazione, Quel pomeriggio di un giorno da cani e Il Cacciatore

I knew it was you: Rediscovering John Cazale, è ricco di interviste a persone del cinema che l'hanno conosciuto e hanno lavorato con lui. Tra gli altri: Francis Ford Coppola, Sidney Lumet, Al Pacino, Steve Buscemi, Gene Hackman, Robert De Niro e la stessa Meryl Streep, che è stata la sua compagna per due anni, dal 1976 fino alla sua morte nel 1978 (avvenuta appena terminate le riprese del Cacciatore). Cazale dimostra ampliamente che, nel cinema, non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori.
A seguire, il nuovo film dei Coen che, se ce ne fosse mai stato bisogno, arriva a riconfermare il talento sfacciato di questi due fratelli del Minnesota. E proprio nella loro città natale, St. Louis Park, si svolgono le avventure tragicomiche del professore universitario Larry Gopnik, assalito da una serie di sventure che lascerebbero senza fede anche il più ortodosso degli ebrei. La moglie lo scarica per un altro uomo, uno studente lo coinvolge suo malgrado in un losco affare, i figli si preoccupano più di come si prende la TV o di come andare ad una festa piuttosto che dei suoi guai, il fratello semi-demente e/o mezzo-genio gli procura solo grattacapi, i rabbini a cui si rivolge in cerca di risposte sembrano in preda ad uno stato confusionale peggiore, se possibile, del suo. Insomma, il povero Gopnik se la vede bruttissima, e vi toccherà andare al cinema per sapere come tutto questo andrà a finire. 
A me sembra che i Coen, come alcuni altri grandi registi che ho avuto la fortuna di seguire dagli esordi ai giorni nostri (penso, per fare un altro esempio, ad Almodovar), sono diventati dei "classici", e intendo classico nel senso meraviglioso del termine. Se ci si pensa bene, non sono tanti i registi che hanno saputo evolversi nel tempo rimanendo fedeli a loro stessi. Da Blood Simple in poi, i Coen hanno sviluppato un loro discorso, un loro modo di fare cinema, di raccontare le storie, di usare le atmosfere a loro care (penso ai tanti film che hanno ambientato nell'America degli anni '30-'40), di condividere il loro sense of humor (no, dico, siamo o non siamo ancora qua ad utilizzare le battute di Drugo del Grande Lebowski?) e di riflettere sulla realtà che ci circonda (sfido chiunque a non essere uscito angosciato dalla visione di No country for old men). Insomma, i Coen nel tempo si sono raffinati, ma non sono cambiati, sono migliorati. In questo film ci sono un prologo fulminante, un paio di momenti da antologia (il bar mitzvah del figlio di Gopnik che si è appena fatto una canna è da urlo) e la mia scena finale preferita degli ultimi anni. Gli attori sono, tutti, piuttosto sconosciuti. E bravissimi. Nessun nome di grido o di richiamo. Ai Coen non serve più. Il protagonista, comunque, è un attore di teatro (e si vede) che non mi stupirei di vedere nel prossimo Woody Allen.
Dell'incredibile fuori programma (Antonio Monda, Santo Subito!!!), posso raccontarvi che Frances MacDormand è una delle persone più adorabili che mi sia mai capitato di incontrare (gentile, sorridente, disponibile e interessata a quanto le si dice... che volete di più?) e che finalmente ho avuto modo di scusarmi con Joel Coen. Sì, perché dovete sapere che lo avevo già incontrato a NY lo scorso maggio, ma era la stessa sera in cui mi ero attaccata a ventosa a Jeremy Irons, e quindi lo avevo totalmente snobbato. Lo so, capisco, è brutto da ammettere, ma nella vita ci sono delle priorità. E comuque Joel, sono felice di annunciarvelo, mi ha perdonato.
Insomma, mancava solo Gregory Peck ad aspettarmi fuori in vespa, e stavamo a posto.
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