mercoledì 18 gennaio 2017

Great Expectations

Il mio più grande problema nella vita, così come al cinema, è quello dello aspettative.
Sono una ragazza che sogna in grande, che non si accontenta, con una fantasia molto, molto sviluppata, dalle uscite a dir poco roboanti.
Hai voglia a sentirmi dire che no, non si dovrebbero avere aspettative, che è sbagliato, che non bisogna aspettarsi niente così poi quello che arriva è tutto bello.
Ma come si fa? Perché bisogna vivere e sognare al ribasso, dico io?
Certo, a furia di batoste, dalla vita comincio ad aspettarmi sempre meno (in effetti è molto più saggio, ne convengo), dal cinema però no: caparbiamente, assurdamente, continuo a richiedere un grado di meraviglia che stia alla pari con le mie più great expectations.
Metti ad esempio questo film che riuniva i miei due attori più amati al mondo, che sono notoriamente Jeremy Irons e Michael Fassbender. Quando ho sentito per la prima volta che questi due sarebbero stati insieme sullo schermo la lancetta dell'aspettativa è schizzata a dei livelli che chi la ferma più. Mi mancava il respiro solo all'idea.
Poi mi sono chiesta: ma che film sarà mai? Quando ho capito che era tratto da un videogioco, già mi sono cadute le braccia, quando ho saputo che il regista era Justin Kurzel (lo stesso di Macbeth), l'entusiasmo non si è esattamente impossessato di me, però mi sono detta, vabbè dai, vedrai, sarà comunque bellissimo. Qui in Francia usciva lo stesso giorno in cui partivo per le vacanze natalizie in Italia. Pianti e stridor di denti. E' andata a finire che è stato il primo film che ho visto nel 2017. 
Ecco, diciamo, non proprio un inizio con il botto.  
Assassin's Creed è uno dei film più brutti e inutili che abbia mai visto, e ne ho visti tanti, credetemi, uno di quei film per cui ti chiedi: ma perché? perché l'hanno fatto? (a parte i soldi, intendo). E passi il tempo a pensare a quanto sarebbe stato interessante vedere quelle scene di Irons e Fassbender insieme in un film - non dico tanto - ma almeno decente.
Allora ho pensato di rifarmi andando a vedere Paterson di Jim Jarmusch, di cui tutti mi avevano detto un gran bene, sicura e felice del fatto che, trattandosi di un signor regista (a parte qualche stronzata qua e là) mi avrebbe regalato un bellissimo momento di cinema.

Solo che è andata a finire che non mi è piaciuto neppure questo film.
Avevo la netta impressione che Jarmusch volesse fare un film alla Kaurismäki, solo che se non sei Aki Kaurismäki quella cosa lì non ti riesce. Quel misto meraviglioso di poesia della quotidianità, di ironia sottile, di semplicità nel racconto, di ripetizioni impacciate, di personaggi strani e tenerissimi. 
Ecco, se non sei Kaurismäki succede che viene fuori una cosa lenta, ripetitiva e ai limiti dell'irritante (il personaggio di lei non si poteva proprio sopportare).
E capisco che tutti si aspettavano che mi piacesse ma no, non mi è piaciuto, ridatemi Kaurismäki (che è dal 2011 che non fa film e io sto per raggiungere il limite estremo di sopportazione di questa situazione).
Ho invece trovato davvero notevole, un po' a sorpresa (i giudizi che avevo sentito erano dei più disparati) il film di Tom Ford, Nocturnal Animals.

Di Ford avevo già apprezzato il primo film (anche se, essendo basato su uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, A Single Man di Christopher Isherwood, pure in quel caso non era stato facile essere all'altezza delle mie aspettative!).
Qualcuno trova irritante l'estetica estrema dei film di Ford.
Non io. Personalmente, trovo irritante quando dietro l'immagine perfetta c'è l'assoluto nulla, il vuoto cosmico, la mancanza di intenti. Se dietro scene di una formalità ricercata c'è una storia importante e ben scritta, quella formalità per me è benvenuta.
Basato sul romanzo Tony and Susan di Austin Wright, Nocturnal Animals racconta la storia di Susan, una ricca signora di Los Angeles con galleria d’arte e famiglia (fintamente) perfetta, che un giorno si vede recapitare un manoscritto destinato a sconvolgerle la vita. Si tratta di un romanzo, Nocturnal Animals appunto, scritto da Tony, il suo ex marito, qualcuno che lei non vede e non sente da quasi 20 anni. I due si erano lasciati malissimo, all’epoca: lui era un giovane romanziere di belle speranze, e lei voleva essere un’artista, ma il richiamo della vita agiata da borghese a cui era abituata avrà la meglio. Lascerà Tony, le sue velleità da pittrice, e si metterà con un bello senza anima ma pieno di soldi. Il romanzo che Tony le invia è potentissimo. Una storia nera ed inquietante dal finale terribile e straziante, che avrà un effetto dirompente sulla vita di Susan.

Film che hanno come tema principale la vendetta non sono certo rari, al cinema, eppure questo ha un sapore completamente nuovo. Di solito le vendette sono spettacolari, a volte un po’ assurde, quasi mai sottili e sistematiche. Qui invece si coglie perfettamente tutta la scia di dolore che Tony si porta dietro da innumerevoli anni. Una ferita aperta che si è imputridita, che gli ha tolto notti di sonno, e una bella fetta di vita. Costruire una vendetta attraverso un romanzo non è da tutti ma è anche un cosa che chiunque di noi potrebbe fare, volendo, a differenza di quei gesti sconsiderati che la maggior parte delle rivalse si portano dietro. La camera di Ford è elegante e fluida, si muove tra gallerie d’arte, appartamenti glaciali, vestiti perfetti di seta dai colori sgargianti e con la stessa forza cattura la follia e la violenza notturna nella trasposizione cinematografica del romanzo di Tony.    

Nocturnal Animals è un film che fa veramente paura, permeato da un’inquietudine ai limiti del sopportabile, e un senso di ineluttabilità difficile da scrollarsi di dosso.
Gli attori sono tutti bravissimi, ma non è certo una sorpresa, trattandosi di Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Armie Hammer e Aaron Taylor-Johnson (il migliore in assoluto, nel ruolo di un cattivo ferocissimo).
In questo freddo Gennaio parigino, Nocturnal Animals è stato il primo brivido caldo cinematografico dell’anno.
Speriamo che le mie alte aspettative avranno pane per i loro denti nel 2017!


sabato 31 dicembre 2016

Ma vie de Courgette

A volte succede che nel corso dell'anno ci si perda dei film fondamentali.
Quei film di cui tutti parlano e che tu per qualche strana ragione ti sei lasciato sfuggire.
A me nel 2016 è successo con il film di animazione Ma vie de Courgette di Claude Barras, ma sono stata abbastanza fortunata da ripescarlo in extremis in un piccolo, delizioso cinema di Milano che consiglio a tutti gli amici in città di frequentare: il cinema BeltradeIntanto, tutti i film sono in lingua originale! La programmazione è ottima, la sala bella e comoda, l'atmosfera accogliente e simpatica. 
E che volete chiedere di più ad un cinema?
Ma vie de Courgette è stato il mio novantesimo film visto in una sala cinematografica.
Come potete constatare, la famosa frase "Passo la mia vita al cinema", nel mio caso non è un'esagerazione.
Sono stata particolarmente felice che fosse questo film perché, proprio come avevo letto ovunque e come mi avevano detto tutti i miei amici, questo film è una meraviglia.
Icare, che si fa chiamare Courgette (Zucchina), è un bambino di 9 anni che vive con la madre, sempre ubriaca e depressa. Un giorno, per un incidente di cui lui si sente responsabile, la madre muore e Courgette, che non ha mai conosciuto il padre, viene mandato in una casa famiglia con altri bambini nella sua stessa situazione.
Tutti bambini già malmenati (a volte nel senso letterale del termine) dalla vita e che si ritrovano per la prima volta in un ambiente accogliente e con un po' di amore, grazie alla direttrice e agli insegnanti della casa-scuola. Quando Courgette si è ambientato e ha trovato dei nuovi amici, arriva anche Camille, una ragazzina per cui prende una cotta.
La zia antipatica e cattiva della ragazza vorrebbe portarsela a casa (solo per una bieca questione di soldi) ma Courgette e gli altri amici faranno di tutto per poterla tenere con loro. E, grazie anche all'aiuto di un poliziotto che si è affezionato a Courgette, le cose finiranno nel migliore dei modi.
Sceneggiato dalla sempre bravissima Céline Sciamma (la regista di quel capolavoro che era Tomboy) e tratto dal romanzo di Gilles ParisAutobiographie d'une Courgette, questo film di animazione che utilizza la tecnica stop-motion è già stato ricoperto di premi ed è uno dei possibili candidati al prossimo Premio Oscar per il Miglior Film Straniero (concorre per la Svizzera).
Se c'è un film adatto a salutare questo vecchio anno che se ne va e ad accogliere quello nuovo con un briciolo di felicità e speranza, Ma vie de Courgette sbaraglia ogni concorrenza.
In poco più di un'ora il film è capace di farti affezionare a questo gruppetto di bimbi sfortunati e già segnati dal dolore, di farti sorridere, di farti piangere, di ricordarti le cose fondamentali della vita e di insegnarti che non ci si deve mai arrendere e che si può sempre contare sull'amore e la generosità degli altri.
La tonda faccetta di Zucchina e dei suoi amici è l'antidoto naturale alle brutture, alle violenze, ai soprusi  e alla tristezza di questo mondo.
Il mio augurio a voi lettori per l'anno che verrà è proprio questo: di trovare la vostra felicità anche nei momenti più cupi, di saper riconoscere la bellezza in mezzo agli orrori, di cercare le persone che vi sapranno amare e capire, e di avere un posto segreto a cui fare sempre ritorno, anche quando fuori piove e fa freddo, anche quando non c'è nessuno ad aspettarvi.
Da Courgette e i suoi amici e dalla vostra Zazie, gli auguri per un Felice Anno Nuovo pieno di Cinema e di Amore!

domenica 25 dicembre 2016

Noël à Vaugirard

Yesterday night I received a message from a friend which subject was: A Vintage Merry Xmas
I was obviously very curios to read it, but in fact there was nothing to read, there was just a link, and a short movie to see, the one I am posting here for you.
It was a very nice Xmas present, especially because I was completely unaware of this little film. 
A Nouvelle Vague thing I didn't know about... pretty incredible!
It is the most improbable nativity you can think of, with Serge Gainsbourg as Joseph, Chantal Goya as the Virgin Mary and a bunch of cool actors from the '60's (like Jacques Dutronc and Guy Marchand) drinking, singing and dancing in a not very religious way.
Apparently, this was shown on French TV on 23 December 1966.
This is something that cheered me up a lot.
As it was the case for almost all the '60's things, there is a freshness, a craziness, a carefreeness, a joyful sense of life that make you feel instantly better.
And who doesn't want to feel good on Xmas day?
I really adored it (thanks, Dexter!).
I think it is the best way to wish all my readers, wherever they are, a Vintage Merry Xmas!!!
Truly yours,
Zazie

Noël à Vaugirard (1966) avec Serge Gainsbourg... di rikiai

venerdì 16 dicembre 2016

Bron

TV series saved my life more than once, I think I already wrote this in my blog.
They simply become my personal kind of addiction when there’s something wrong in my life, when bad or depressing thoughts burden my head and my heart.
In those moments, it is very weird the way a certain series imposes its presence on any others.
Why this one? I don’t know. It is a real mystery, it is one of those tricks you don’t understand and yet work very well.
So I don’t ask too many questions.
I'm having one of those moments, unfortunately, and so I’m eating bread and TV series (and cinema as well, of course, basically I’m going through a cinematic overdose).
Anyway, now I’m watching obsessively a TV series called Bron (The Bridge).
It is a Swedish/Danish production and back in 2011 I’ve seen the first season and really liked it. The plot is quite simple: a police woman from Malmö and
a police man from Copenhagen have to work together to solve a series of killing. The reason why they’re both involved, is that the first corpse is found right in the middle of the bridge connecting the two cities, and so the ‘affair’ is to be split in two. The best thing about this series is the relationship between the two main characters: Saga Norén (played by Swedish actres Sofia Helin) from Malmö is a fortysomething woman suffering from the Asperger Syndrome, a subtle form of autism. Saga doesn’t have any kind of filter: she always says the truth, no matter what, and she has troubles with human feelings. And she is single. On the other side, Martin Rohde (played by Danish actor Kim Bodnia), from Copenhagen, is a big, cheerful even if messy man, and can’t be more different from Saga. Married multiple times, with 5 children, has a human and very often visceral approach to life and work.

The other impressive thing about this series is the atmosphere.
It is the perfect series for winter time.

Apparently, they have always filmed during bad and cold weather and also, very often, at night: there is barely some sun under the
Malmö and Copenhagen skies, and people are constantly wearing heavy coats or shivering in the freezing wind.
It is also the perfect series for Scandinavian design lovers: there are some pretty amazing houses with magnificent furniture to look at.
The credits’ graphic of Bron is centred on the duality which is at the base of the entire series.
Everything is double, here. Two languages, two cities, two policemen, two ways of seeing the world, even two titles: Bron in Swedish and Broen in Danish. 

To distinguish them, and also to write the two actors names on screen, they have used a simple sign, this one: I. A line that looks like a bridge.
After the first two seasons, actor Kim Bodnia (if you are familiar with Nicolas Winding Refn cinema, you should recognise this actor’s face: he was in the Pusher trilogy and also in Bleeder) decided to quit. I have no idea why.  


In the third season, a new policeman from Copenhagen is sent to help Saga to solve new crimes.
In the first episode, though, this place remains vacant.
And that was the moment when I understood this series was telling me something.
I was looking at the credits of the first episode and the name of the actress Sofia Helin appeared on the screen, which was absolutely normal, then appeared the symbol of the bridge, which was normal too, and then… nothing. 

I was mesmerized by this void, and by the cleverness of this idea.
From the second episode, of course, after Helin’s name appeared the one of the new actor.
Only the first episode had that absence.
I don’t know exactly why, but I keep thinking about it. I see the image: the dark tunnel, the vintage green car of Saga running through it, the name of the actress, the bridge sign and then... nothing, nothing at all.
That blank is talking to me, even if I'm not too sure about the message.

So I keep looking at Bron, hoping that void will have a name in my life too.
One day.

martedì 13 dicembre 2016

Arrival

Is there life on Mars?
Apparently there is, or at least there’s life on some planets in this immense universe and, sooner or later, people living there will come to see us.
This has been one of the biggest fears in human history and one of the most exploited subjects in science-fiction movies since the creation of cinema more than 100 years ago.
There is a bunch of titles that obviously come to mind thinking about this, from the (almost) reassuring version of Steven Spielberg in Close encounters of the third kind and ET, to the frightening one of the Alien series, to the irreverent and crazy exploit of Tim Burton in Mars Attacks!.
From now on, we must add a further view, the one signed by Québécois film-maker Denis Villeneuve: his movie Arrival is, by far, one of the powerful and poignant aliens landing
of cinema history.
Louise Banks, a linguistic teaching in a college, remembers very well the day aliens arrived on planet earth. Suddenly, overnight, twelve immense spacecrafts almost land (they are not exactly touching ground but remain suspended over it) in twelve different parts of the world. One of them is Kansas, and this is where Colonel Weber of the US Forces asks Louise and mathematician Ian Donnelly to go to, in order to understand the aliens language and to decode their messages, hoping they’re coming “in peace”. Time is an urgent matter, because in other places (China, especially), politicians are about to declare war to the aliens, and panic is spreading everywhere in the world.
Louise Banks (Amy Adams) and Ian Donnelly (Jeremy Renner)
I seriously start to believe that Québécois do it better. Cinema, of course.
In these last years, some of my favourite movies have been made by film-makers coming from the Montreal area, and I’m talking, ça va sans dire, about Xavier Dolan and Denis Villeneuve.
Even if extremely different, they both have a very personal and passionate approach to what they film, and the wonderful habit of creating movies that can’t possibly leave the audience indifferent.
They’re talented and they want to make movies in their own way. And I like it!
Villeneuve’s breakthrough was the amazing Incendies, back in 2010, followed by Prisoners and Enemy, both made in 2013, both with stunning performances by Jake Gyllenhaal, so-called thrillers but much more than that. Thrillers with a deep soul, if you know what I mean. In 2015, Villeneuve was in competition at the Cannes Film Festival with Sicario, a breath taking movie about the cartel war on the Mexican border, having as main character a strong yet amazingly vulnerable woman, superbly played by Emily Blunt.


Villeneuve, it is clearer at each new movie, has this tendency to embrace a certain cinematographic genre and to change it from the inside, to spread elements of disturb, to widen the borders of it and go deeper down, where anybody has gone yet.
Arrival is certainly this: it is science-fiction, but just on the surface, because what Villeneuve wants to tell us has nothing to do with it. And there is a scene in the movie that summon up his whole career: Louise going nearer the glass that separates her from the two enormous,
pretty scary aliens, bringing in her hands a panel where she has simply written: HUMAN.
We are human and this is what the film-maker is interested in: why we do what we do, in the way we are doing it? What is the mystery behind our decisions, behind our feelings? And will a new, possible awareness of our future lives, change the way we act?
Arrival also talks about the world we live in: the fragility of our social systems, of the relationships between countries, and the lack of understanding that could so easily lead to ghastly catastrophes.
We need to better understand each other if we want to avoid the worst, maybe it is as simple as that.
And Villeneuve seems to strongly believe in it: the only element that could save this messy world from his destruction is the humanity in us. 

And it is not by chance that, in another key scene, the scientist confesses to Louise: "The most amazing thing that happened here wasn’t meeting them. Was meeting you."  
Maybe science-fiction will save romance, after all.

martedì 6 dicembre 2016

Le Demy Monde

Quello che mi piace di Parigi, è che certe volte vai semplicemente a pranzo e ti capita di incontrare qualcuno del mondo del cinema che mangia a qualche tavolo di distanza dal tuo. 
Oggi, ad esempio, si festeggiava il compleanno di una collega al Café Beaubourg, luogo abbastanza frequentato da quelli che in Francia chiamano “people”, una parola che mi ha sempre fatto tantissimo ridere.
E infatti, quando mi sono seduta, ho detto ai miei amici: Allora, a parte noi, c’è qualche people in sala?
Ma, ad un rapido sguardo, non c’era proprio nessun famoso.
Invece, alla fine del pranzo, sbirciando distrattamente alla mia sinistra, ho riconosciuto un
 volto a me super caro, quello di Mathieu Demy, l’unico figlio della mitica coppia formata da Jacques Demy e Agnès Varda

Ora, se leggete questo blog, non c’è bisogno che vi dica chi sono questi due.
Di Mathieu, è vero, ho scritto un po’ meno, ma è sempre stato presente.
Alla sua carriera di attore (ha iniziato giovanissimo a recitare nei film dei suoi genitori), oggi ormai più che consolidata, affianca anche una mini carriera da regista. A parte due corti, ha diretto pochi anni fa (nel 2011) un film piuttosto bizzarro (e stracolmo di riferimenti al mondo Varda-Demy) dal titolo Americano, di cui ha firmato anche la sceneggiatura, e ultimamente ha diretto due episodi di una serie tv davvero bellissima nella quale ha anche un piccolo ruolo: Le Bureau des Légendes. Appassionati di serie TV che siete là fuori, sappiate che i francesi non sono niente male in questo campo. Guardare per credere. Tra l'altro la seconda stagione (quella in cui appare Demy) è pure meglio della prima, caso abbastanza raro:

Clement Migaud (Mathieu Demy) e Marie-Jeanne Duthilleul (Florence Loiret Caille) 
Dei suoi ruoli di attore, invece, i miei preferiti sono senza dubbio un vecchio film del 1998, Jeanne et le Garçon Formidable, un film chiaramente ispirato all'universo di Jacques Demy, di Olivier Ducastel e Jacques Martineau:
E il più recente Tomboy (2011) di Céline Sciamma, in cui era il padre super tenero e comprensivo della ragazzina che vorrebbe tanto essere un ragazzino:

Comunque, non che fosse la prima volta che incontravo Demy (ça va sans dire!). 
In effetti, speravo che lui non si ricordasse troppo della mitica serata delle Demoiselles, ovvero l’inaugurazione della mostra su Demy della Cinémathèque Française di qualche anno fa, nella quale, complice l’euforia dello champagne, con la mia "gemella" lo avevo insistentemente salutato da un balcone, iniziando una conversazione totalmente delirante della quale per fortuna ho perso ogni traccia nella mia memoria.
E speravo si ricordasse ancora meno del mitico flash mob delle Demoiselles organizzato un sabato pomeriggio sul parvis dell’Hôtel de Ville dove, sempre con la mia jumelle (e questa volta non c’era neppure la scusa dello champagne), lo avevamo di nuovo entusiasticamente salutato come se lo conoscessimo da tutta la vita... e lui ci aveva guardate prima un po’ stranito e poi proprio visibilmente preoccupato.
Insomma ero un po’ indecisa se andargli a parlare o no, quando il destino ha voluto che ci alzassimo dal tavolo allo stesso momento e arrivassimo davanti alla porta quasi contemporaneamente.
Bonjour, vous êtes Mathieu Demy?” – ho esordito io con un gran sorriso.
E lui, di rimando, sorridendomi: “Oui, des fois... ça m’arrive!” (Si, qualche volta mi capita).
Risposta geniale, non vi pare? 

Insomma ho capito che Mathieu era uno di noi, e quindi l’ho invaso di complimenti, e temo di avergli detto una cosa tipo: “Io penso che grazie ai film fatti dalla vostra famiglia, questo mondo sia un posto migliore!”, ma anche un più sobrio: "Ho un blog di cinema e non faccio altro che scrivere di vostro padre!" 
Lui comunque nonostante le mie enormità mi sembrava contento. 

Sorrideva e diceva spesso Merci!
Allora a quel punto l’ho lasciato andare: "Bonne Journée, Monsieur!" 
"Bonne journée à vous, Madame!"
Madame??? E’ stato il suo unico errore. 

Quello di non aver riconosciuto la Demoiselle (de Rochefort) che è in me. 
Ma vabbè, a uno del Demy Monde, si sa, io perdonerei qualsiasi cosa.



domenica 27 novembre 2016

Mauvaise Conduite

Come sempre, mi sembra di saper leggere e capire meglio il mondo attraverso il cinema.
Non voglio insegnare niente a nessuno, non voglio pretendere di sapere cose che non so, ma i film a volte illuminano la realtà meglio di trattati sociologici, saggi politici e analisi meticolose.
Alla notizia della morte di Fidel Castro, l'altro ieri, io a una sola persona, ho pensato.
A Nestor Almendros.
Non vi dirà forse niente, questo nome, ma Almendros è stato uno dei più importanti direttori della fotografia della storia del cinema.
Era nato a Barcellona nel 1930, ma fugge dalla Spagna Franchista che sta perseguitando tutta la sua famiglia e nel 1948 si rifugia all'Havana, dove già da qualche anno vive il padre. 
Entrambi credono in quegli ideali di uguaglianza e democrazia che sembrano regnare nell'isola, e continuano a crederci anche quando arriva la rivoluzione cubana di Fidel nel 1959. Almendros, che ha studiato cinema a New York e a Roma, gira addirittura dei brevi documentari pro-Castro, oltre ad alcuni cortometraggi. Ma le cose iniziano subito a non funzionare. Due dei suoi corti non vengono apprezzati da Fidel e dal suo entourage, e per Almendros le cose si mettono male, al punto che nel 1962 fugge a Parigi, dove vivrà diversi anni e inizierà la sua strabiliante carriere di direttore della fotografia per registi come Eric Rohmer e François Truffaut (se volete avere un'idea di cosa è capace di fare quest'uomo con la luce, riguardatevi Ma Nuit chez Maude di Rohmer e La Cambre Verte di Truffaut):
Nel 1978 Almendros si trasferisce a vivere negli Stati Uniti, e a Hollywood la sua carriera subirà un'ulteriore accelerazione: nel 1979 vince un premio Oscar per la fotografia di Days of Heaven di Terrence Malick, e riceve altre nominations per film come Kramer vs. Kramer (1979) di Robert Benton e Sophie's choice (1982) di Alan J. Pakula.
Nel 1984 decide di tornare dietro la macchina da presa, ed è così che nascono i due film di cui vi allego i link qui sotto, perché vorrei che li guardaste e vorrei che decideste da soli cosa pensare. Si tratta di due documentari, il primo è Conducta Impropria (la Mauvaise Conduite del mio titolo), sulla persecuzione contro i gay da parte del regime cubano, e il secondo, del 1987, è Nadie Escuchaba (Nobody Listened), sulla sistematica violazione dei diritti umani perpetrata dal regime cubano che nessuno sembra aver visto né sentito.
Io non vi dico altro, guardate i film e poi pensateci su. Mi dispiace, la qualità dell'immagine è quella che è, ma in questo caso non importa. Sono le parole, che contano.
Almendros è morto di AIDS nel 1992.
Se fosse ancora vivo, una cosa è certa: sulla sua pagina Facebook, oggi, non avrebbe mai sostituito la sua profile pic con un'immagine di Fidel.
Dopo aver visto i suoi film, forse, non lo farete neanche voi. Almeno lo spero.
Hasta il cinema, siempre! (la victoria, tenetevela pure voi).



lunedì 21 novembre 2016

Dans Paris

Nonostante viva a Parigi da oltre 10 anni, continuo a rimanere impressionata dalle possibilità cinematografiche che questa città offre.
E non una volta ogni tanto, ma tutti i giorni.
Avendone il tempo, da lunedì a domenica, dal mattino fino a sera inoltrata, un appassionato di cinema potrebbe vedere anteprime di ogni tipo, incontrare registi, attori, seguire retrospettive (di autori contemporanei o del passato), partecipare a dibattiti, insomma vivere quotidianamente di film. 

Senza farsi mancare niente.
Avendo un lavoro ed una vita sociale piuttosto intensi, faccio quello che posso per riuscire ad approfittare di alcune di queste meraviglie, e di sicuro non c’è da rimanere mai delusi.

Un paio di settimane fa, ad esempio, il mitico cinema Mac Mahon (quello in cui Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo vanno a vedere un film in À bout de souffle, per intenderci), ha dato “carta bianca” ad Antoine Sire, scrittore e uomo di comunicazione, del quale è appena stato pubblicato un super libro: Hollywood, La Cité des Femmes, Histoires des Actrices de l’age d’or de Hollywood, 1933-1955. Un tomo di oltre 1200 pagine tutto dedicato a circa 100 attrici che hanno segnato, oltre che la storia del cinema, l’immaginario collettivo di uomini e donne dagli anni ’30 e fino ai giorni nostri:
 
I film scelti da Sire erano tutti bellissimi, ovviamente, dei super classici dell’epoca d’oro di Hollywood:
Ma uno in particolare mi ha subito fatto venire voglia di andare al cinema: Double Indemnity (La Fiamma del Peccato) di Billy Wilder (1944). Considerato il film noir per eccellenza, osannato da tutti i critici cinematografici e adorato da moltissimi registi (primo fra tutti Martin Scorsese), che non ha ancora smesso di influenzare e ispirare a più di 70 anni di distanza:
E se state pensando che volevo andarlo a vedere perché me l’ero sempre perso, beh, ovviamente vi state sbagliando: non solo l’ho già visto diverse volte, ma ho anche il DVD, di questo film, però non l’avevo mai visto al cinema, e questa mi sembrava una mancanza a cui rimediare quanto prima! 
Tanto più che la “séance” che avevo scelto era alle 14 di domenica. Ora, ditemi voi se esiste al mondo qualcosa di più bello dell'andare al cinema la mattina o nel primo pomeriggio di una domenica d'autunno (sempre escludendo l'improbabile alternativa di avere Michael Fassbender che vi gira per casa, ça va sans dire...)
Ambientato a Los Angeles, Double Indemnity racconta la storia di Walter Neff, un assicuratore di provata esperienza, e del suo incontro con la bellissima e pericolosissima Phyllis Deitrichson. Sposata ad un ricco imprenditore, la donna ha intenzione di sbarazzarsi del marito ed intascare i soldi di una polizza sulla vita per stipulare la quale, ovviamente, ha bisogno dell’aiuto di Neff. L’uomo, avendo perso la testa per lei, accetta di aiutarla. Insieme organizzano nei minimi dettagli l’assassinio del marito, dopo avergli fatto firmare con un sotterfugio la famosa polizza (la Double Indemnity del titolo), facendolo passare per un incidente. Ma un collega di Neff, dal fiuto infallibile, capisce cosa c’è sotto e comincia a dare la caccia agli amanti assassini. 
Non si fa molta fatica a credere che questo sia considerato il film noir perfetto.
Ogni elemento di quest’opera sembra gridare al capolavoro: la regia è di Billy Wilder, la sceneggiatura di Wilder e Raymond Chandler (!), basata su un romanzo di James M. Cain (l’autore di Mildred Pierce e Il postino suona sempre due volte, per dire!), i costumi (i vestiti di Phyllis resusciterebbero i morti) sono di quel genio di Edith Head, e il cast è assolutamente favoloso: Barbara Stanwyck nel ruolo della femme fatale sprigiona un fascino mostruoso senza quasi battere ciglio, Fred MacMurray è impeccabile nell’incarnare questo’uomo e il suo percorso di perdizione, e Edward G. Robinson spacca nel ruolo di burbero e finto cinico dal cuore tenero.
E infine, ammettiamolo: il bianco e nero dei film degli anni ’40 e ’50 è di una bellezza così sconvolgente che persino la storia più insulsa risulterebbe una strabiliante meraviglia (in questo caso, tra l'altro, di insulso non c'è proprio niente!)
:


Prima della proiezione, Sire ha intrattenuto il pubblico del Mac Mahon con una appassionatissima introduzione (la cui lunghezza ha visibilmente preoccupato il gestore del cinema), nella quale ha raccontato diversi anedotti. Ad esempio il fatto che Barbara Stanwyck, una mora naturale, avesse dovuto indossare una parrucchia bionda per volere del regista o, ancora, dei sotterfugi che Wilder e Chandler avevano utilizzato per evitare di incorrere nella censura del codice Hays. In particolare, l’uso dei flashbacks aveva permesso di poter filmare delle scene vagamente sensuali o comunque allusive (lei che si aggiusta la camicetta, lui che si accende con evidente piacere una sigaretta post-coito), ma è stato soprattutto nei dialoghi che i due autori si sono scatenati, dando vita ad alcuni dei più brillanti duetti ricchi di doppi sensi della storia del cinema (rimasto storico quello del limite di velocità).

Il giorno dopo aver visto il film, ho fatto una scoperta piuttosto buffa: Antoine Sire, da piccolo, è stato un attore. Solo di un film, ma che film! A 5 anni, ha infatti interpretato il figlio di Jean-Louis Trintignant in Un Homme et une femme di Claude Lelouch. Era il 1966: 
A proposito, la pellicola è appena stata restaurata in occasione del suo 50° anniversario ed ora la potete vedere, manco a dirlo... nei cinema di Parigi!



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